Platone: "Così muore la democrazia". Atene 370 a.C. o Italia 2010 d.C.?

venerdì 15 gennaio 2010 | Etichette: , , , | 0 commenti |



“Quando la città retta a democrazia si ubriaca, con l'aiuto di cattivi coppieri, di libertà confondendola con la licenza, salvo a darne poi colpa ai capi accusandoli di essere loro i responsabili degli abusi e costringendoli a comprarsi l'impunità con dosi sempre più massicce d'indulgenza verso ogni sorta d'illegalità e di soperchieria; quando questa città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per poter continuare a vivere e ad ingrassare nel fango; quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi dal rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità; quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l'ha costruita e c'è nato; quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine, c'è da meravigliarsi che l'arbitrio si estenda a tutto, e che dappertutto nasca l'anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle?
In un ambiente siffatto, in cui il maestro teme ed adula gli scolari e gli scolari non tengono in alcun conto i maestri; in cui tutto si mescola e confonde; in cui chi comanda finge, per comandare sempre di più, di mettersi al servizio di chi è comandato e ne lusinga, per sfruttarli, tutti i vizi; in cui i rapporti fra gli uni e gli altri sono regolati soltanto dalle reciproche compiacenze nelle reciproche tolleranze;in cui la demagogia dell'uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo sulle gambe di chi le ha più corte; in cui l'unico rimedio contro il favoritismo consiste nella reciprocità e moltiplicazione dei lavori; in cui tutto è concesso a tutti in modo che tutti ne diventino complici; in un ambiente siffatto, quando raggiunge il culmine dell'anarchia, e nessuno è più sicuro di nulla, e nessuno è più padrone di qualcosa perché tutti lo sono, anche del suo letto e della sua madia a parità di diritti con lui e i rifiuti si ammonticchiano nelle strade perché nessuno può comandare a nessuno di sgombrarli; in un ambiente siffatto, dico, pensi tu che il cittadino accorrerebbe in armi a difendere la libertà, quella libertà, dal pericolo dell'autoritarismo?
Ecco, secondo me, come nascono e donde nascono le tirannidi. Esse hanno due madri. Una è l'oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia. L'altra è la democrazia quando, per sete di libertà e per l'inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi. Allora la gente si separa da coloro cui fa colpa di averla condotta a tanto disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza, che della tirannide è pronuba e levatrice.
Così muore la democrazia: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo.»

PLATONE

Contributo di Marcello tratto da:
giornale on line "L'isola" n°2 -16/30 giugno 2007

NOI CHE VOGLIAMO LA NAZIONALITA' SICILIANA

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Perché i siciliani vogliono essere indipendenti?
“Perché la ragione e la storia ci insegnano che tali debbono essere e che tali sono stati da molti secoli.
Come, per legge umana e divina, nessun uomo può legittimamente essere schiavo di un altro (né può mai prosperare qualora lo diventasse) così nessuna nazione può essere serva di un’altra; e, se lo fosse, verrebbe avvilita, governata senza giustizia né umanità, aggravata dai dazi per l’utile non proprio, ma dei suoi padroni, straziata da leggi fatte a questo medesimo scopo, quindi sarebbe sempre povera, ignorante e disprezzata.
Ma come dimostrate che la Sicilia abbia una individualità a sé?
Iddio le stese d’ogni intorno i mari per separarla da tutt’altra terra e difenderla dai suoi nemici. La fece così grande di estensione, temperata di clima, fertile di suolo, da bastare non soltanto alla vita di più milioni di uomini, ma anche ai comodi, al lusso, ad ogni godimento, ad ogni industria, ad ogni commercio.
Ma come rispondete a quelli che oppongono che, essendo mutate le circostanze politiche d’Europa, per la fusione dei piccoli nei grandi Stati, la Sicilia non potrebbe più sostenersi da sé?
In primo luogo è da considerare che la Sicilia, per la sua grandezza e per la natura montuosa del territorio e per la fierezza degli abitanti, non è un’isola facile a conquistare.
Secondo: è un fatto, in politica, che gli Stati piccoli si mantengono per la gelosia reciproca dei grandi, nessuno dei quali permetterebbe a un altro di ingrandirsi con la conquista a spese dei piccoli Stati. Diversamente non esisterebbe la libera Svizzera che ha meno di due milioni di abitanti; né la libera Grecia che ne ha solo un milione: mentre la Sicilia ne ha più di due milioni! Se la perfezione politica di uno Stato consistesse nella grandezza, la Russia e la Cina sarebbero gli Stati più felici del mondo!”.
(da LA SICILIA AI SICILIANI di Antonio Canepa)

Il vento - di Davide Cautiero - Traduzione in lingua siciliana di Alessio Patti (Versione originale in calce)

giovedì 24 settembre 2009 | Etichette: , | 0 commenti |


Sta diventando ogni giorno un'esperienza sempre più interessante e ricca di emozioni il tradurre in lingua siciliana poesia e prosa di altri illustri poeti ed anche componimenti di amici che si sentono vicini all'arte poetica siciliana.
Oggi è il turno di un mio carissimo amico, uno straordinario poeta che porta il nome di Davide Cautiero. Di lui, prima ancora dello scrittore, si coglie l'uomo educato e serio. Egli è poeta solitario, mai enfatico, libero nella sua ricerca del lume dell'anima, grande stilista della parola, in sé ha il genio ed il talento letterario che usa praticare con la capacità dei semplici.

Lu ventu - di Davide Cautiero - Traduzione in lingua siciliana di Alessio Patti

Siddu lu ventu
nun ciusciassi supra a lu me distinu
tinissi a frenu lu fatu senza brigghia...
eppuri m'antruscia
ccu lu so mantu di mumintània nnucenza,
ccu li so' aurusi vesti
ca pàrunu cummigghiari ssi vrazza,
sti parti di mia
comu si' vulissiru allìnghiri lu vacanti,
na mancanza...
Lu me chiù granni sognu
è statu sempri chiddu di curriri appressu a lu ventu,
zoccu tu nun po' vidiri
Vèstiri ccu li panni di la llusioni
ca anninna un sognu,
lu imperfettu ca cerca lu difettu...
Scumpàriri nni lu ventu e no nni l'ùmmira
pirchì sulu cu' havi spagnu d'iddu stissu
nun cerca luci...
Vulissi ca la terra firrìannusi
m'arrubbassi purtannumi ccu idda
comu fa l'alba ccu la luna
Forsi ti incontru,
mi piaci pinzarlu...
sai a li voti lu pinzeru è chiù duci di 'n-abbrazzu.
Sì, lu ventu non muta mai lu distinu...
lu vivi.

Breve prosa di Davide Cautiero tradotta in lingua siciliana da Alessio Patti

Sciuri miu, puri lu tempu, ccu li so' miserabili cugnituri, s'affidassi a lu casu sulu ppi putiri nvicchiari a lu to ciancu. Davide Cautiero.

Quannu sti vesti murtali m'abbannununu, speru ca nun c'è sulu pruvuligghia e duluri a schiticchiari ccu la faccioleria, ma ca ogni pizzuddu di mia pozza tramutarisi nta na ispirazioni.
Versione originale della poesia di Davide Cautiero.

Il vento

Se il vento
non soffiasse sul mio destino
domerei il fato senza redini...
eppur mi avvolge
con il suo manto di innocenza effimera,
con le sue leggiadre vesta
che sembrano ricoprire questi arti,
queste membra,
come se volessero colmare un vuoto,
una mancanza....
Il mio più grande sogno
è sempre stato di inseguire il vento,
ciò che non puoi vedere
Vestire i panni dell'illusione
che culla un sogno,
l'imperfetto che cerca il difetto...
Scomparire nel vento e non nell'ombra
perché solo chi ha paura di se stesso
non cerca la luce...
Vorrei che la terra girandosi
mi rubasse portandomi con sè
come fa l'alba con la luna
Forse ti incontrerei,
mi piace pensarlo...
sai a volte un pensiero è più dolce di un abbraccio.
Si, il vento non muta il destino...
lo vive .

Breve prosa di Davide Cautiero.

Mio fiore, anche il tempo, con le sue miserabili circostanze, si affiderebbe al caso solo per poter invecchiare al tuo fianco.

Quando queste vesti mortali mi abbandoneranno, spero che non ci sia solo polvere e dolore a banchettare con l'ipocrisia, ma che ogni piccola parte del mio essere possa mutarsi in idea.

"Memorie" di Concetto Gallo, secondo Turri, successore di Canepa. (6a parte)

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Storia del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia, raccontata dal comandante dell'EVIS, secondo Turri, successore di Canepa, in una intervista poco nota del 1974.

(Intervista di E.Magri, 1974 - Riproposta nel 2009 sul settimanale "Gazzettino di Giarre" dal Prof. Salvatore Musumeci")

"All’alba del 29 dicembre ’45, cinquemila militari italiani circondarono Piano della Fiera. Furono tenuti in scacco da cinque evisti per un giorno intero. Cadde il giovane indipendentista Diliberto e il sottoscritto finì prigioniero".


«Nella seconda metà del 1945, mentre io mi trovavo nella clandestinità sulle montagne attorno a Caltagirone, alcune componenti politiche dell’indipendentismo avevano preso contatto con esponenti dell’Italia per la ricerca di una soluzione pacifica che escludesse o che evitasse lo scontro armato. E in effetti qualcosa di sostanziale riuscirono a ottenere. Un giorno qualcuno mi avvertì che mantenessi calmi i miei uomini perché qualcosa a Roma si stava muovendo in senso molto favorevole a noi. E in effetti, all’incirca verso il mese di novembre del 1945, l’allora il ministro degli Interni, Giuseppe Romita, inviò, espressamente, un aereo militare a Catania con il compito di portare a Roma una rappresentanza dell’indipendentismo.

Su quell’aereo si imbarcarono alcuni esponenti prestigiosi del Mis. C’erano l’onorevole Bruno di Belmonte, mio padre, Ulisse Galante, Giuseppe Bruno e l’avvocato Pontetoro. Riunitasi a Roma insieme con altri elementi del Mis, la commissione presentò a Romita un progetto di armistizio che prevedeva il rientro nella legalità di tutti i giovani dell’Evis, la libertà di parola, la riapertura delle nostre sedi, e così via. Romita fu largo di promesse. Promise anche il riconoscimento di una bandiera siciliana, la bandiera giallo-rossa con una coccarda tricolore, ma i più intransigenti indipendentisti saltarono per aria “No, la coccarda no”, dissero sdegnati. Fu mio padre, con molto buon senso, che accettò la proposta. “Ma sì”, disse. “La coccarda tricolore nella bandiera siciliana può andare benissimo”, concluse.

A questo colloquio ne seguirono, tra Palermo e Roma, alcuni altri nei quali, sia pure non ufficialmente, ci si occupava del problema del fatto compiuto: vale a dire dell’esistenza dell’Evis, del destino degli uomini che erano finiti nella clandestinità. Accordi precisi non ne vennero fuori. Si stabilì a un certo punto che una volta entrato in vigore quella sorta di statuto tutto dovesse ritornare come prima, che gli uomini sarebbero scesi dalle montagne, avrebbero deposto le armi e “in un modo o nell’altro sarebbe stata trovata una soluzione”.

Era questa soluzione che io stavo aspettando nella prima metà del mese di dicembre 1945 sulle montagne di Caltagirone. I messaggi che mi venivano dal Movimento erano improntati al migliore ottimismo e invitavano, costantemente, a non “creare disordini”. Per questa ragione, vale a dire per non turbare i “pour parler” in corso con errori, bloccai a Nicosia e a Pietraperzia una colonna di circa duecento giovani che doveva ricongiungersi al mio gruppo.

Ma il ventisette dicembre Guglielmo di Carcaci mi inviò un messaggio. “Stai attento”, diceva il biglietto, “perché in questi giorni le zone dell’Etna e quelle di Catania pullulano di soldati. Ci sono molti movimenti strani”.

Il giorno dopo, il ventotto dicembre, un gruppo di contadini mi avvertì che Caltagirone era diventata un vero e proprio presidio e che c’erano anche dei carri armati. La mattina del 29 dicembre, all’alba, raggiunsi la sommità di Piano della Fiera dove c’era il nostro accampamento. La zona era quasi tutta circondata dalla nebbia.

I giri d’orizzonte col binocolo non dicevano granché. Poi, alle sei e mezzo, arrivò la prima bordata di mortai. La battaglia era già iniziata. Noi, come dicevo, eravamo una sessantina in tutto, compreso un gruppo di briganti che durante la notte si era avvicinato al nostro accampamento per rifocillarsi. Inoltre mancava la pattuglia di cinque uomini che la notte precedente era stata mandata in avanscoperta.
Non appena si diradò la nebbia, affiorò chiara, in me e poi negli altri, la sensazione che era arrivata la nostra ultima ora. L’accerchiamento nei nostri confronti era già stato effettuato. Ma, convinto che la guerra sarebbe dovuta continuare anche dopo di me, operai in modo di impegnare le truppe e di fare sganciare il grosso dei miei uomini. Mentre io con cinque giovani, Amedeo Boni, Emanuele Diliberto, Filippo La Mela e due contadini, mi portavo verso le truppe, carabinieri, polizia, soldati, per impegnarli frontalmente, e dar così modo al resto degli uomini di arretrare, ordinai al resto della compagnia di sganciarsi e di abbandonare la zona.

La battaglia cominciò a diventare aspra. Le truppe cercano di creare attorno a loro la terra bruciata. I cinquemila uomini, al comando dei cinque generali, cominciarono a sparare con una intensità inaudita: come se di fronte a loro avessero avuto un vero e proprio esercito. In effetti a questa “credenza” avevamo contribuito anche noi inviando al ministero degli Interni, nei mesi precedenti, rapporti, su carta intestata dell’Ispettorato generale di polizia, nei quali si drammatizzava enormemente la situazione e dove si parlava di basi, di ingente numero di armi e materiali.
I miei uomini operano lo sganciamento attorno alle due del pomeriggio. A quell’ora contro cinquemila uomini che, come scrissero più tardi i giornali, “sparavano migliaia e migliaia di colpi” non c’ero che io e altri quattro. La bandiera giallo-rossa garriva al vento e più tardi, quando le truppe si avvicinano alla nostra postazione, era l’obiettivo principale dei tiratori. Verso le due e trenta del pomeriggio, sistemai un cecchino al mio fianco sinistro per impedire una sortita da parte delle truppe. Ma l’uomo, il giovane Diliberto di Palermo, commise un errore. Per raggiungere una posizione più avanzata si spostò e nel tragitto venne colpito a morte.

All’infernale fuoco delle truppe noi rispondemmo alla meglio con le nostre armi in dotazione: fucili, mitra e bombe a mano. Ormai stava per calare la sera e le nostre munizioni erano finite.

Sembrava che la morte non mi volesse. Una pallottola mi colpì al petto ma fu deviata da una medaglietta che tenevo nel taschino del giubbotto. Più tardi una raffica di mitra mi sfiorò il fianco bucando il giaccone e lasciandomi indenne. Poi una fucilata mi sfiorò all’altezza del cavallo dei pantaloni. Anche questa non mi colpì. Un colpo mi portò via il berretto e mi colpì lievissimamente alla testa.

Fu il momento in cui capii che non c’era più niente da fare. Che l’unica cosa era morire là sul quel pianoro, insieme con i miei amici, i miei uomini. Ordinai a Boni e a La Mela di mollare e di arrendersi. Boni rifiutava di abbandonarmi e io glielo imposi. Restai solo. Fu allora che staccai la bomba a mano che tenevo legata alla cintura, tirai fuori la spoletta e me la buttai tra i piedi nella speranza di saltare per aria. La bomba non esplose.

Ormai era quasi sera. C’era un sibilo. E una bomba, una granata, esplose davanti a me. Il buio della morte arrivava col buio della serata? Macché. Pochi minuti dopo mi risvegliai. Accanto c’era un maresciallo dei carabinieri, il maresciallo Manzella, che, come avrei saputo più tardi, mi aveva salvato la vita. Trovandomi infatti svenuto, il milite della pattuglia che mi aveva scoperto aveva già puntato il mitra contro di me e stava per lasciare partire una raffica quando intervenne il maresciallo dei carabinieri Manzella. E lui che puntando a sua volta il mitra contro l’uomo gli disse: “Se tiri contro quell’uomo ti ammazzo”.

Ma non ebbi molto a gioire, almeno per qualche tempo, di essere scampato alla morte. Ammanettato come un brigante, venni caricato su un camion e portato a Catania dove, immobilizzato ancora di più, mani e piedi, venni buttato dentro una cella, nella quale sono vissuto per due giorni senza bere e mangiare.

Quanto al resto dell’armata italiana, continuò a bombardare il Piano della Fiera fino all’indomani mattina alle sei. Il generale Fiumana, uno dei cinque generali che comandavano le truppe, incontrando più tardi mio padre gli tese la mano dicendo: “Ho avuto l’onore di stringere la mano a suo figlio”. Così finì la guerra per l’indipendenza della Sicilia».

Commento del Prof. Salvatore Musumeci, Presidente Nazionale del Mis

Il 29 dicembre 1945 avvenne, dunque, l’ultima battaglia dell’Evis. I 56 guerriglieri indipendentisti furono completamenti accerchiati da oltre 3000 militari italiani delle divisioni “Sabauda” e “Aosta”. Concetto Gallo, vista impossibile ogni resistenza, licenziò i suoi “evisti”, per evitare loro una morte sicura; ma due di essi, lo studente liceale Amedeo Bonì di Santa Teresa di Riva e il contadino Giuseppe La Mela di Adrano, vollero rimanere con lui, votandosi anche alla morte pur di non lasciare solo il loro amato comandante.

Nella sparatoria che si verificò, ci furono due vittime, il giovane Diliberto e l’appuntato dei Carabinieri Giovanni Cappello di Santa Croce Camerina. Ma non fu il mitra di Concetto Gallo ad ucciderlo, perché i suoi proiettili erano di calibro 8,8, mentre il colpo fatale risultò all’autopsia di calibro 6,5, che era quello dei moschetti dei Carabinieri. Gallo fu perciò fatto prigioniero con i due giovani evisti e sarebbe stato scarcerato soltanto dopo la sua elezione a Deputato alla Costituente il 2 giugno 1946.

È interessante il contenuto della nota riservata, datata 4 marzo 1946, del Ministero dell’Interno al Ministro della Guerra e per conoscenza alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Veniva data notizia, infatti, di un probabile colpo di mano che i guerriglieri dell’Evis, sfuggiti all’assedio di San Mauro, avrebbero voluto attuare al fine di liberare dal carcere, il loro Comandante Concetto Gallo e gli altri esponenti separatisti ivi detenuti. Episodio, questo, che fa comprendere quanto alto fosse il prestigio di Gallo e come i giovani dell’Evis fossero ancora motivati ed attivi.

La loro voglia di battersi veniva, però, sapientemente trattenuta dai dirigenti separatisti che erano a conoscenza delle trattative in corso, tra gli “esuli” di Ponza e il Ministro Romita.

Per un ventennio circa, Concetto Gallo subì processi penali e civili scaturiti, direttamente ed indirettamente, dalla sua attività di Comandante dell’Evis, con un susseguirsi di assoluzioni e di condanne. Vale la pena di ricordare che nel dibattimento del 26 ottobre 1950, in Corte d’Assise di Catania, il Dr. Salvatore Quattrocchi Pm, si lasciò andare ad alcune attestazioni di ammirazione per la figura di Concetto Gallo, considerandolo un combattente per il riscatto della Sicilia, bistrattata, impoverita e degradata, che misero in serio imbarazzo il Presidente della Corte.

In quella occasione, l’imputato Gallo era contumace, ed il Mis era in piena crisi. Quindi, la presa di posizione del Pubblico Ministero dimostra come la cultura indipendentista fosse ancora presente nella realtà siciliana, a prescindere dalle fortune elettorali o politiche del Partito Separatista e dei suoi esponenti più in vista.

A Monte San Mauro, Concetto Gallo fece erigere una stele (con base e forma triangolare che richiama la Sicilia), per ricordare la gloriosa battaglia e onorare tutti gli evisti morti per la “causa siciliana”. Purtroppo, mani ignote ne hanno asportato la lapide mutilandone la sacralità.

(6. Continua –“Memorie” di Concetto Gallo, da un’intervista di E. Magrì, 1974)

Il tuo sorriso - di Pablo Neruda - Traduzione in siciliano di Alessio Patti

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Lu to surrisu

Levimi lu pani siddu voi,
levimi l'aria, ma
nun mi livari lu ciuri di li labbra.

Nun livatimi la rosa,
la lancia ca spicchi,
l'acqua ca di ntrasatta
scoppia nni lu to preju
la subìtania unna
d'argentu ca ti nasci.

Dura è la me lotta e tornu
ccu l'occhi stanchi,
a li voti nni l'aviri vistu
la terra ca nun cancia,
ma trasennu lu to risu
acchiana 'n-celu circannumi
e gràpi ppi mia tutti
li porti di la vita.

Amuri miu, nni l'ura
chiù nira gràpi
lu tu surrisu, e siddu ntrasatta
vidi ca lu me sangu macchia
li petri di la strata,
arriri, pirchì lu to risu
è ppi li me' manu
comu na spada frisca.

Vicinu a lu mari, d'autunnu,
lu to risu havi jisàri
la so cascata di scuma,
e nni la primavera, amuri,
vogghiu lu to risu comu
lu sciuri c'aspittavu,
lu sciuri cilesti, la rosa
di la me patria sunanti.

Arrìritila di la notti,
di lu jornu, di la luna,
arrìritila di li strati
turciati di l'isula,
arrìritila di stu viddanu
arzuni ca ti ama,
ma quannu gràpu l'occhi
e quannu li richiudu,
quannu li me' passi vannu,
quannu tornanu li me' passi,
levimi lu pani, l'aria,
la luci, la primavera,
ma lu to surrisu mai,
pirchì ju ni murissi.


Versione originale di Pablo Neruda

Toglimi il pane, se vuoi,
toglimi l'aria, ma
non togliermi il tuo sorriso.

Non togliermi la rosa,
la lancia che sgrani,
l'acqua che d'improvviso
scoppia nella tua gioia,
la repentina onda
d'argento che ti nasce.

Dura è la mia lotta e torno
con gli occhi stanchi,
a volte, d'aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomied
apre per me tutte
le porte della vita.

Amor mio, nell'ora
più oscura sgrana
il tuo sorriso, e se d'improvvisove
di che il mio sangue macchia
le pietre della strada,
ridi, perché il tuo riso
sarà per le mie mani
come una spada fresca.

Vicino al mare, d'autunno,
il tuo riso deve innalzare
la sua cascata di spuma,
e in primavera, amore,
voglio il tuo riso come
il fiore che attendevo,
il fiore azzurro, la rosa
della mia patria sonora.

Riditela della notte,
del giorno, della luna,
riditela delle strade
contorte dell'isola,
riditela di questo rozzo
ragazzo che ti ama,
ma quando apro gli occhi
e quando li richiudo,
quando i miei passi vanno,
quando tornano i miei passi,
negami il pane, l'aria,
la luce, la primavera,
ma il tuo sorriso mai,
perché io ne morrei.

Io pagliaccio - di Franco Provasi - Tradotta in lingua siciliana da Alessio Patti.

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Ama sulu
la so arma,
la me amurusanza
svinniu ccu na risata,
sacchijiannumi lu cori.
Ju carnalivari
la talìu
persu
ntra lu so duluri.
Cuntentu chianciu,
spugghiata
la me filicità
la stizzera
havi cunsumatu lu me pruvulazzu.

Versione originale di Franco Provasi

Ama solo
il suo animo,
la mia sensibilità
ha svenduto con un sorriso,
saccheggiandomi il cuore.
Io pagliaccio
la osservo,
perduto
nel suo dolore.
Gioisco piangendo,
spogliata
la mia felicità,
la clessidra
ha consumato la polvere mia.

A 'NFRUENZA

domenica 20 settembre 2009 | Etichette: , | 0 commenti |


– E chi sacciu, cummari Pruvirenza!...

Ju sempri dicu, 'ntra la me' 'gnuranza,

ca siddu non facemu pinitenza

muremu tutti, nobili e mastranza!...




L'èbbichi su' canciati!... La 'mprudenza

di l'omu è tali ca non c'è spiranza

di sarvarini l'arma e la cuscenza...

E paradisu nuddu, chiù nn'accanza!



A 'dd'èbbica chi c'era 'sta 'nfruenza,

e chi c'era – parrannu ccu crianza –

'stu corpu sempri sciotu, 'n pirmanenza?



Chista è manu di Diu ca non si scanza!...

E vui, bellu, parrannu 'n cunfidenza,

macari l'âti fattu, ôcche mancanza!...

Da "Centona" di Nino Martoglio