venerdì 18 settembre 2009

La bandiera di Sicilia Libera FSL


Bandiera della Federazione dei Movimenti Sicilianisti “Sicilia Libera ” FSL. - Sotto questa bandiera si sono riuniti il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, il Movimento Agricolo Europeo, il Partito Autonomista Sicilia e il Partito del Popolo Siciliano che già avevano aderito alla federazione, nonché l’Altra Sicilia, storico movimento sicilianista della diaspora siciliana che ha sede a Bruxelles

Eccu chi sì - Maravigghiusa picciotta siciliana - di Alessio Patti (con traduzione in calce di Michele Cologna)


Sì comu l’immagini di na tila pittata
unni ju scopru priziusa tant’arti ispirata.
Chiu’ ti talìu e chiu’ mi pari pinzata
d’estru di mari e di terra ncantata.
L’occhi non staccu di lu to paradisu
pirchì dintra d’iddu c’è sulu risu.
C’è gioia vera, china 'i sapuri,
d’arcobalenu sului i culuri.

Traduzione in lingua poetica italiana di Michele Cologna

Tu, meraviglia siciliana, ecco chi sei…

Come immagine su tela pittata,
ti scopro preziosa da arte ispirata.
Ti rimiro e più ti specchio pensata,
capriccio di mare, terra incantata.
Gli occhi rapiti dal tuo paradiso,
scorgono unico il suo sorriso.
Verità di gioie e orci di sapori,
de l’arcobaleno tutti i colori.

Traduzione in lingua sarda a cura di Ventura Musu

Bie chie ses, pizzinna de ispantu siciliana

Ses comente una màzine in tela pintada
t' iscoperrio 'e balore de arte ispirada.
Prus ti pompio e prus mi pares pessada
cascavellu de mare, terra incantada.
Sos ocros furaos dae s'artu 'e sos chelos
chi biene solu iscanzu 'e anghelos.
Beridades de gosu e guppos de sapores
de s'arcu 'e chelu tottus colores

Non è solo una questione storica


Di Marcello Io
Con questa nota voglio rispondere ad un amico che molto garbatamente mi faceva notare che le rivendicazioni indipendentiste non possono fermarsi a questioni storiche.
Io lo ringrazio perchè ciò mi permette di charire la questione.

Ovviamente una questione esclusivamente storica, non giustificherebbe la volontà di essere indipendenti; anche se il semplice fatto che lo Stato italiano ci ha voluti sradicare dalle nostre radici per distruggere la nostra identità di popolo, dovrebbe far riflettere sulla moralità di tale Stato e sui suoi obiettivi nei nostri confronti.
Comunque c'è dell'altro, il problema è anche economico, sociale, è di rispetto della Costituzione.
Si, proprio quella Costituzione, o meglio di quel pezzo di carta di dubbio valore reale a quanto pare, che lo Stato italiano non ha mai rispettato.
Il nostro Statuto, antecedente alla Repubblica italiana, e poi da essa totalmente riconosciuto, è stato fin da subito svuotato a volte costituzionalmente grazie al piazzamento dei partiti italiani di loro accoliti sia nel parlamento siciliano che alla presidenza di esso, approvavando leggi contro la Sicilia in cambio di qualche prebenda personale; ma tante altre volte questo svuotamento e questo non rispetto dei patti statutari è avvenuta in maniera incostituzionale, senza che nessuno che ricoprisse cariche politiche nello Stato italiano non solo muovesse un dito, ma aprisse anche bocca.
Potrei citare l’esempio dell’Alta Corte, organo super parters composto da elementi scelti dalla Regione Siciliana e dallo Stato Italiano, per dirimire i contenziosi tra le due entità giuridiche; questo organo è stato unilateralmente e quindi incostituzionalmente sostituito dallo Stato italiano attraverso una sentenza della Corte “Costituzionale”.
Da quando esiste la Corte, la maggior parte delle sentenze sono a favore dello Stato italiano; sarà un caso…chissà!
Già da questo si capisce come lo Stato Italiano sia uno Stato fuorilegge, ma posso continuare, ad esempio in base allo Statuto l’IRAP, l’IRPEF, l’IVA non dovrebbero essere pagate allo Stato italiano, bensì alla Regione Siciliana.
E poi dicono che la Regione succhia soldi allo Stato (sic!)
Parliamo delle accise sulla benzina che in base allo Statuto spetterebbero alla Regione ed invece con la solita arroganza che contraddistingue gli industriali del nord, coccolati e salvaguardati dallo Stato italiano, essi mettono nelle proprie saccocce; incuranti, inoltre, del danno ambientale e della salute che provocano a chi abita in quelle zone; ma questo allo Stato italiano non importa, noi siamo carne da macello!
Altro caso di illegalità dello Stato italiano è la presenza dei Prefetti all’interno dei confini della Regione Siciliana, ma anche delle province, solo che in questo caso i furbacchioni dei partiti italiani hanno fatto votare la legge al parlamento siciliano creando le Province “Regionali”; un altro classico esempio di come si aggirano le leggi, in cui lo Stato italiano è maestro!
Andiamo all’ultimo caso in ordine di tempo: il ddl richiesto dal Senato per far sì che il parlamento siciliano possa sfiduciare il Presidente della Regione senza che cada il parlamento stesso; a parte la amoralità della mossa atta a togliere valore alla scelte fatta nella cabina elettorale in quanto il Presidente viene eletto direttamente dai cittadini; questa legge è voluta per fare cadere Lombardo che sta rivendicando l’autonomia della Regione; ma come detto, oltre alla amoralità del gesto, c’è l’incostituzionalità della prassi, in quanto una modifica dello Statuto dovrebbe essere richiesta e votata prima dal parlamento siciliano.
Come potete ben notare lo Stato italiano è fuorilegge; proprio quello Stato che invece le Leggi le dovrebbe far rispettare.
Il Presidente Lombardo ha dichiarato ultimamente che si sarebbe rivolto all’ONU; forse è stata solo una provocazione per far spaventare i partiti italiani, ma credo che abbiamo tutti i diritti per farlo ed anzi dovremmo forzare la mano al Presidente affichè lo faccia veramente, in modo che si ripettino le regole una volta per tutte.
Tutto ciò fin qui elencato è più che sufficiente per richiedere l’indipendenza da coloro che non rispettano le regole e ci trattano da colonia, ma visto che ormai ho preso l’argomento, mi piace continuare perché non è finita qui.
Diamo una occhiata alle infrastrutture presenti nella nostra isola e nella parte meridionale della penisola italica e confrontiamole con quelle del nord; è una situazione normale? Soprattutto è una situazione giustificabile?
La riposta, ovviamente, e NO!
Questo gap infrastrutturale è la prova provata del fallimento di uno Stato serio e soprattutto è la prova che siamo una colonia, ma allo Stato italiano ciò non basta e non interessa, è troppo avido lui; ora stanno smantellando anche la ferrovia, inadeguata per l’epoca in cui viviamo, però rifanno le stazioni, forse per dare lavoro a qualche impresa edile del nord o siciliana ma affiliata al clan dei partiti italiani.
E la Cassa del Mezzogiorno? Credevate che me la fossi dimenticata. Essa rappresenta uno dei più spregevoli ed ipocriti atti, insieme a quelli precedenemente citati, che uno Stato possa fare nei confronti dei propri cittadini.
La Cassa del Mezzogiorno è stato il mezzo con cui gli industriali del nord hanno potuto rubare i soldi destinati alla Sicilia ed al sud italia; essi smantellavano le loro industrie decrepite del nord, le impiantavano al sud ed in Sicilia, si prendevano i finanziamenti, dopo un anno la maggior parte chiudeva e riaprivano nuove industrie al nord.
Un esempio su tutti è la raffineria di Milazzo, smantellata da Genova in quanto vecchia e portata in Sicilia…CHE SCHIFO!!!
Più o meno questo principio è lo stesso che ha regolato l’elarginazione, o meglio la mancata elarginazione, dei fondi FAS spettanti alla Sicilia, che molto probabilmente sono andati a finire nella costruzione dell’Expo di Milano.
Ci sarebbe ancora tanto altro da dire, ma concludo dicendo che chi non conosce i propri diritti, non li potrà mai rivendicare!

SICILIA INDIPENDENTE!

ANTUDO

A na bedda picciotta (ca fimmina sta divintannu) - di Alessio Patti (traduzione in calce)


Com'è nzùccarata ssa vuccuzza
quannu unu si ci attruzza,
o si ridi di cuntintizza
mentri parra di ducizza.

Li so’ trizzi daccussì giniusi,
dd’aricchiuzzi nichi e maliziusi,
dd’occhi azzurri e mpircantati,
mi li sonnu ntra li me’ nuttati.

Li so’ minnuzzi pàrunu nfatati,
prufumanu di zagara e di sinceritati
e si lu dicu non c’è vriogna…
pirchì la virità nun è minzogna!


Traduzione poetica in lingua italiana di Michele Cologna

Ad una bella ragazza (che sta diventando donna)

Zucchero filato le tue parole
E riso gaio di dolcezza fusa
La tua bocca effonde quando
All’ascolto uomo si avvicina.

Fili d’oro le tue trecce ornano
Orecchie maliziose e piccole
Che d’occhi azzurri e incanto
Fascinano me di sogni e notti.

Boccioli di zagara profumati
I tuoi seni e di sincerità fatati.
De le parole alcuna vergogna
Perché è verità no menzogna.

ANCORA SOLDI ALLA FIAT. La politica dell’affare non cambia

Di Antonella Morsello

Sicilia Libera, Federazione Movimenti Sicilianisti apprende con stupore che il Presidente della Commissione Parlamentare Attivita’ Produttive dell’ars, Salvino Caputo ha presentato una mozione parlamentare per impegnare il Governo della Regione a intervenire presso il governo Berlusconi per garantire il mantenimento dello stabilimento Fiat di Termini Imerese e il suo indotto e per coinvolgere l’azienda termitana nella produzione del modello Y e di nuovi altri modelli automobilistici, mediante profusione di ingenti somme di denaro pubblico.

Secondo Caputo, vecchio politico nazionalista e con poche idee, il governo ha il dovere di assicurare risorse economiche ed interventi legislativi, per garantire e favorire il progetti di mantenimento e di rilancio dello stabilimento Fiat di Termini Imerese.

Non sono bastati i miliardi di euro profusi con generosità peccaminosa alla gioiosa FIAT che con lo stabilimento di Termini Imerese ha munto la vacca regionale speculando sul doppio fronte “donazioni regionali e condizioni fiscali di vantaggio” guardando ai propri interessi economici e non certo a quelli degli operai e della collettività.

Con i soldi donati alla FIAT per salvaguardare gli interessi aziendali e politici e non certo degli operai, la regione avrebbe potuto aprire prospettive economiche per il quadruplo di addetti e in settori redditizi per la collettività e non per i soliti … Agnelli e furbetti del quartiero.

Sicilia Libera – FSL invita il Presidente della Regione Siciliana a desistere dal mettere in atto una nuova operazione di donazione di denaro pubblico all’azienda FIAT che da anni ripete ossessivamente che Termini comunque è un ramo secco ed improduttivo.

La Regione ha il dovere di intervenire ma questa volta rilevi lo stabilimento per una sua riconversione industriale possibilmente tenendo conto della necessità di garantire ambiente e posti di lavoro.

giovedì 3 settembre 2009

La BRIGANTESSA Francesca La Gamba


Contributo di Neva Allegra

E' difficile attribuire una data di nascita al brigantaggio femminile, ma una prima significativa figura femminile di età moderna può essere individuata in Francesca La Gamba, nata a Palmi (RC) nel 1768 e attiva nel decennio di occupazione francese (1806-1816).

Francesca, filandiera di professione, madre di tre figli, divenne capobanda, spinta da un'incontenibile sete di vendetta contro i francesi che l'avevano colpita negli affetti più cari. Rimasta vedova del primo marito, dal quale aveva avuto due figli, convolò in seconde nozze. Avvenente d'aspetto ed esuberante nel carattere, attirò le mire di un ufficiale francese che, invaghitosene, tentò - forte della sua posizione sociale - di sedurla. Respinto dalla fiera Francesca il militare pensò di vendicarsi in maniera terribile. Nottetempo fece affiggere un falso manifesto di incitamento alla rivolta contro l'esercito francese di occupazione ed il mattino successivo fece arrestare i figli della donna, accusandoli di essere gli autori della bravata. Alle suppliche di Francesca, l'ufficiale fu irremovibile: i giovani subirono un processo sommario e furono fucilati.

Francesca, pazza di dolore, si unì ad una banda di briganti che operava nella zona, dismise gli abiti femminili ed indossò quelli dei briganti.

In breve fornì prove di ardimento tali da divenire il capo riconosciuto della banda stessa, seminando ovunque il terrore. I francesi si accanirono nella caccia della donna, fino a quando un loro drappello cadde in un'imboscata tesa da Francesca. Tra i soldati fatti prigionieri la sorte volle che ci fosse proprio l'ufficiale suo nemico. Con una coltellata Francesca gli strappò il cuore e lo divorò ancora palpitante.

Nell'orrore di questa vicenda, pure caricata di colore dal mito, possono leggersi le ragioni che hanno spesso indotto tranquille popolane meridionali a trasformarsi in Erinni vendicatrici: la prevaricazione degli occupanti, il loro disprezzo per gli affetti feriti, l'irrefrenabile ansia di vendetta suscitata nei popoli conquistati.

"Memorie" di Concetto Gallo, secondo Turri, successore di Canepa:quarta parte

Quarta parte dell'importante documento gentilmente concesso dal Fratello Santo Trovato.

Storia del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia, raccontata dal comandante dell'EVIS, secondo Turri, successore di Canepa, in una intervista poco nota del 1974.

(Intervista di E.Magri, 1974 - Riproposta nel 2009 sul settimanale "Gazzettino di Giarre" dal Prof. Salvatore Musumeci")

Morto Canepa, una parte degli indipendentisti era per il mantenimento della legalità; l’altra, per la ristrutturazione dell’esercito e per la lotta clandestina fino a quando non avessimo ottenuto l’indipendenza.


«Mentre ero in clandestinità, a Palermo, avvenne un episodio che mi riguardò personalmente: incontrai un personaggio dell’Intelligence Service, un uomo di grande prestigio, tuttora in vita (1974, ndr). Parlando con questo personaggio io cercai di sondare l’opinione inglese a proposito dell’indipendentismo per il quale noi stavamo combattendo. Si può immaginare come parla un inglese che fa parte dell’Intelligence Service.

Ebbene, senza alcun giro di parole quest’uomo, che, ripeto, è ancora vivo ma di cui non posso fare il nome, quest’uomo inglese cominciò a parlare della tradizionale amicizia tra Sicilia e Inghilterra, di Nelson e così via. Poi continuò, e disse pressappoco: “Sa, evidentemente noi stiamo con l’occhio molto vigile sui movimenti come quello in cui lei opera. Siamo molto vigili soprattutto qui in Sicilia tenuto conto della posizione dell’isola. Un nostro intervento, un intervento dell’Inghilterra e dell’America, può tuttavia essere giustificato a una condizione: che ci sia un fatto, qualcosa di irreversibile che possa giustificare una nostra presa di posizione”.

Il discorso mi sembrò chiarissimo. Anche se noi, se io non avevo preso accordi ad alto livello, anche se io ero all’oscuro di accordi tra i capi del Movimento e alleati, accordi che, credo, non ci siano mai stati perché se no Andrea Finocchiaro Aprile me ne avrebbe messo al corrente, anche se io non ero ufficialmente informato di accordi tra alleati e indipendentisti, quello mi sembrò, mi parve, un incoraggiamento. L’altro episodio lo narrerò più avanti.

Torniamo, pertanto, a Canepa. In effetti, questi forzando alcune posizioni di legalitarismo, costituì l’Evis, l’esercito, e decise la dislocazione dell’esercito nella zona di Cesarò, che si trovava al confine con due province ed era circondata di boschi. Le divise vennero improvvisate con materiale americano acquistato al mercato nero. Quanto alle armi, non possedevamo che quelle che avevamo tolto ai militari della Sabauda al tempo della sfida e alcuni mitra e fucili che Canepa aveva recuperato presso un contadino che venne minacciato di fucilazione se non li avesse consegnati. Proprio così. Canepa sapeva che il contadino possedeva quelle armi. E quando l’uomo negò, lui ordinò a due suoi uomini di scavare una fossa e di fucilarlo. Naturalmente il contadino ci diede tutto. Ma l’esercito di Canepa non combatté nessuna battaglia. Perché il comandante dell’Evis venne ucciso in un agguato dai carabinieri reali, la mattina del 17 giugno 1945.

L’avevo visto la sera precedente, il sedici. Doveva andare a Francavilla per recuperare un certo contingente di armi. Per conto mio avrei dovuto acquistare un certo numero di divise americane che dovevano servire per “vestire” le giovani reclute dell’Evis.

Il 17 giugno, mentre stavo per lasciare Catania, ricevetti una telefonata da Guglielmo duca di Carcaci, comandante della Lega Giovanile e comandante generale dell’Evis. Mi disse: “Hanno ammazzato Canepa. Non ti muovere. Ti verrò a prendere io”.

Partimmo insieme verso Cesarò e ci rifugiammo nella ducea di Nelson, presso Bronte. Trascorsi alcuni giorni, arrivò un’automobile. Alla guida c’era un ammiraglio della marina degli Stati Uniti. Accanto una bella signora. Dietro, Guglielmo di Carcaci con in testa un cappello da commodoro. Entrai in fretta e furia nell’automobile, m’infilai una giacca da ammiraglio degli Stati Uniti, misi in testa il berretto da commodoro e l’automobile s’avviò. La città era circondata da polizia e carabinieri. Un vero presidio con posti di blocco ovunque.

Ovunque uomini e barriere che si alzavano solo dopo che la polizia aveva controllato i documenti di chi voleva lasciare la città. Noi arrivammo al posto di blocco di Ognina. L’ammiraglio si fece riconoscere e la pattuglia dei carabinieri con un perfetto saluto aprì la barriera.

Ecco, questo è il secondo episodio che mi diede personalmente la misura della simpatia che il Movimento godeva presso gli alleati.

E infatti la sera stessa, dopo una sosta con colazione a Taormina, giungemmo a Palermo, dove, insieme col duca di Carcaci, restammo ospiti a Villa Wittinger, che era la sede del comando alleato in Sicilia. A Villa Wittinger incontrai l’uomo dell’Intelligence Service inglese, il personaggio che mi avrebbe dato con le sue allusioni una conferma tangibile alle supposizioni che avevo fatto durante il tragitto da Catania a Palermo. Carcaci mi aveva detto che il merito di quel passaggio sull’auto dell’ammiraglio spettava alla nobildonna siciliana che aveva viaggiato con noi. Un fatto di galanteria? Probabile. Ma l’ammiraglio galante doveva essere sicuro che, qualora la cosa fosse stata scoperta, lui non avrebbe avuto nulla da temere. In sostanza, si sentiva coperto.

Morto Antonio Canepa, l’Evis era rimasto senza comandante. A Palermo dove ero stato accompagnato dall’ammiraglio americano, cominciai a prendere i contatti con tutti gli indipendentisti. Dopo essere rimasto due giorni a Villa Wittinger mi trasferii in casa dell’avvocato Sirio Rossi, un socialista indipendentista che allora abitava nella zona dell’Uditore, una zona nella quale alle sei di sera non si poteva già uscire.

Gli accordi di Yalta, avvenuti nel febbraio precedente, avevano già determinato alcuni ripensamenti fra le nostre file. Era già rientrato Togliatti dalla Russia; c’era già il governo di Parri; i partiti si erano ricomposti. E tra noi erano cominciate le incrinature.

La riunione decisiva venne tenuta nella villa di Lucio Tasca, già sindaco di Palermo, a Mondello. Una parte degli indipendentisti era per il mantenimento della legalità e per la definitiva rinuncia a un’operazione armata. L’altra era per la ristrutturazione dell’esercito e per la lotta clandestina fino a quando non avessimo ottenuto l’indipendenza. Io cercai di rompere gli indugi. Chiesi che non soltanto venisse ricostruito l’Evis ma che tutti i presenti s’impegnassero a firmare un documento nel quale si giurasse solennemente di non cedere. Antonino Varvaro fece l’inferno. Non voleva. La riunione s’interruppe. Mi affacciai per prendere una boccata d’aria con Finocchiaro Aprile e altri. Dissi: “Tra di noi c’è un traditore”. “Chi è?” mi domandarono. Risposi: “Varvaro”.

Tornammo in sala: le proposte erano due: rafforzamento della Lega Giovanile e scioglimento dell’Evis, una; l’altra, la mia, lotta armata. La riunione si sciolse prima che venisse presa una decisione».

Commento del Prof. Salvatore Musumeci, Presidente Nazionale del Mis

L’intuizione di Gallo sul comportamento di Varvaro non era peregrina. I rapporti fra quest’ultimo e Andrea Finocchiaro Aprile si andarono deteriorando fino a giungere ad una scissione, che avvenne durante il III Congresso del Mis, celebratosi a Taormina nei giorni 31 gennaio, 1, 2 e 3 febbraio 1947. In realtà, prima ancora che il Movimento potesse adottare una strategia politica per fronteggiare i nuovi sviluppi della vita democratica siciliana, avvennero in seno ad esso una serie di avvenimenti strani (ricordiamo che durante l’internamento a Ponza dei leader indipendentisti, inspiegabilmente, Varvaro aveva avuto un trattamento di favore dalle forze dell’ordine), dei quali è pressoché impossibile comprenderne la vera natura, ma che sono riconducibili al pluralismo delle posizioni ideologiche, contrastanti tra di loro, e “conviventi” all’interno di esso, in un clima di progressiva litigiosità. Infine, in occasione del Referendum “Monarchia o Repubblica” si erano determinate due linee politiche, una a favore della monarchia e l’altra contraria. Per questa ambiguità, non pochi, soprattutto nel movimento giovanile, accusavano Andrea Finocchiaro Aprile di non aver ribadito, con forza, la originaria posizione repubblicana.

Per appianare la querelle, il Leader, dopo una lunga premessa, richiamante la scelta repubblicana dei precedenti congressi, fece approvare una mozione che dichiarava l’accettazione leale totale del Regime Repubblicano. Il Mis, pertanto, non avrebbe avuto verso la Repubblica Italiana alcun motivo di contrasto “sino a quando Essa riconoscerà e rispetterà i principi comuni agli Stati a Regime Costituzionale, garantendo la collettività dei singoli da aggressioni totalitarie, da qualunque parte vengano, e sino a quando consentirà il libero sviluppo delle idee indipendentiste su un piano di rigorosa legalità”. La mozione si concludeva con una frase sibillina: “(il Mis ndr.) lascia ai suoi aderenti libertà di pensiero individuale sul tema istituzionale”.

Tutti contenti e d’accordo, quindi? Niente affatto. I dissidenti guidati dall’on. Varvaro e dall’avv. Anselmo Crisafulli, dopo un vivace dibattito e dopo una serie di pregiudiziali, dall’una e dall’altra parte, abbandonarono l’aula mentre la Presidenza del Congresso li dichiarava espulsi.

La maggioranza assoluta dei congressisti testimoniò la fiducia ad Andrea Finocchiaro Aprile, che rimase il leader del Movimento. Varvaro si dedicò, con entusiasmo ma con minore seguito, a promuovere il Misdr (Movimento per l’Indipendenza della Sicilia Democratico Repubblicano), qualificandosi come uomo di sinistra, alternativo al vecchio gruppo dirigente indipendentista.

Nelle consultazioni elettorali del 20 aprile 1947 per eleggere la I Assemblea Regionale Siciliana, il Mis confermò, sostanzialmente, i risultati del 1946 conseguendo 171.470 voti e otto deputati con l’8,75% dei suffragi. Furono eletti: Andrea Finocchiaro Aprile, Attilio Castrogiovanni, Concetto Gallo, Giuseppe Caltabiano, Rosario Cacopardo, Gaetano Drago, Gioacchino Germanà, Pietro Lanolina. Ad Andrea Finocchiaro Aprile, dimessosi il 2 marzo 1948 per partecipare alle prime elezioni politiche della Repubblica Italiana, subentrò Vincenzo Bongiorno.

Il Misdr di Varvaro ottenne, complessivamente, 19.565 voti pari all’1%, raccolti prevalentemente nella Provincia di Palermo, dove aveva avuto l’appoggio di Giuliano, senza conquistare alcun seggio. Il crollo elettorale del Mis non era ancora avvenuto. Avrebbe avuto luogo l’anno successivo nelle Elezioni Politiche del 18 aprile 1948, nelle quali l’attenzione dell’elettorato fu concentrata maggiormente sul confronto tra comunismo e anticomunismo.

(4. Continua –“Memorie” di Concetto Gallo, da un’intervista di E. Magrì, 1974)