domenica 23 agosto 2009

Trattato di pace di Parigi (1947)


Trattato di pace fra l’italia e le Potenze Alleate ed Associate,
firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 (Ratificato 25 novembre 1952, n. 3054).
Contributo di Santo Trovato


Articolo 50

1. In Sardegna, tutte le postazioni permanenti di artiglieria per la difesa costiera e i relativi
armamenti e tutte le installazioni navali situate a meno di 30 chilometri dalle acque
territoriali francesi, saranno o trasferite nell’italia continentale o demolite entro un anno
dall’entrata in vigore dei presente Trattato.
2. In Sicilia e Sardegna, tutte le installazioni permanenti e il materiale per la manutenzione
e il magazzinaggio delle torpedini, delle mine marine e delle bombe saranno o demolite o
trasferite nell’italia continentale entro un anno dall’entrata in vigore del presente Trattato.
3. Non sarà permesso alcun miglioramento o alcuna ricostruzione o estensione delle
installazioni esistenti o delle fortificazioni permanenti della Sicilia e della Sardegna;
tuttavia, fatta eccezione per le zone della Sardegna settentrionale di cui al paragrafo i di
cui sopra, potrà procedersi alla normale conservazione in efficienza di quelle installazioni o
fortificazioni permanenti e delle armi che vi siano già installate.
4. In Sicilia e Sardegna è vietato all’italia di costruire alcuna installazione o fortificazione
navale, militare o per l’aeronautica militare, fatta eccezione per quelle opere destinate agli
alloggiamenti di quelle forze di sicurezza, che fossero necessarie per compiti d’ordine
interno.

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QUESTO TRATTATO E' ANCORA IN VIGORE - MA LA SICILIA E' DIVENTATA UNA POLVERIERA !


martedì 18 agosto 2009

A proposito di Mameli - Spunto per una serena analisi del testo e sul valore rappresentativo come inno repubblicano



Di Giuseppe e Salvo Musumeci

Proprio in questi giorni si torna a parlare con veemenza dell’Inno di Mameli, grazie alle affermazioni del leader della Lega a Ponte di Legno, sede del loro tradizionale raduno estivo: «Nessuno lo conosce… Và pensiero lo cantano tutti, Fratelli d’Italia no».
Proprio come un anno fa, quando sull’inno in questione, divulgato in parlamento dall’onorevole Alessandra Mussolini, Umberto Bossi levò in alto il dito medio per stigmatizzare quel “dov’ è la vittoria, le porga la chioma che schiava di Roma Iddio la creò” che sicuramente suona male, perché il termine schiavitù, tanto per fare un esempio, in tutti gli Stati democratici è stato censurato almeno da oltre un secolo.
Goffredo Mameli, nato nel 1827 e morto ventiduenne nel 1849, difendendo la Repubblica romana di Mazzini e Garibaldi, dal 1846, studiò a Carcare, cittadina dell’entroterra savonese, presso i padri Scolopi. E proprio in quel collegio, in cui fu allievo anche Luigi Einaudi, avrebbe scritto l’inno nazionale, poi musicato a Torino da Michele Novaro, inno del quale ci ricordiamo soltanto in occasione dei campionati di calcio mondiali ed europei.
In effetti nel testo di apoteosi monarchica, molti elementi non quadrano, e ci siamo ricordati come qualcuno in tempi non sospetti abbia sostenuto che non sia stato Mameli l’autore dell’Inno, ma un certo padre Atanasio Canata (1811-1867), intellettuale giobertiano di notevole spessore.
Abbiamo, così, rintracciato – con l’ausilio dell’Istituto per l’Alta Formazione Artistica “V. Bellini” di Caltanissetta (Conservatorio), e del Dipartimento di Storia dell’Università di Camerino, e per il tramite della giornalista Bruna Magi che, tra l’alto, ha curato parte dell’intervista –, il sostenitore più autorevole di tale tesi, Aldo Alessandro Mola, docente emerito di Scienze Politiche alla Statale di Milano, autore di biografie e numerosi saggi storici, per avere lumi sull’argomento.
Il professore, per via telematica, dalla sua cittadina natale Torre San Giorgio, in provincia di Cuneo, ci dice che parecchi anni fa in una Biografia di Giosuè Carducci ha scritto proprio che Goffredo Mameli non fu l’autore di Fratelli d’Italia.
Gli chiediamo come è avvenuta la scoperta, e lui ci lascia a bocca aperta.
«Spiego volentieri, ma prima – sottolinea il prof. Mola – bisogna fare una precisazione: non sono leghista, e in fondo Bossi ha ragione, perché quello non è il nostro Inno nazionale, cioè il brano ufficiale. Fu adottato (provvisoriamente, nda) dall’Assemblea Costituente il 12 ottobre 1946, dal governo di Alcide De Gasperi, in gran fretta, perché bisognava trovare una sostituzione alla Marcia Sabauda, ed era quasi la vigilia del 4 novembre. Furono proposti L’Inno di Garibaldi (Si scopron le tombe, si levano i morti, i martiri nostri son tutti risorti...), e la canzone del Piave. Fu scelto l’Inno di Mameli, ma “come semplice inno militare”. Nel corso degli anni, nonostante l’iniziativa di vari parlamentari, non è stato mai riconosciuto come Inno ufficiale della Nazione. E non bisognerebbe neppure usare il termine nazione, definizione ottocentesca, ma Stato italiano, visto che siamo formati da diverse etnie».
Da cosa ha dedotto che Mameli forse non sia stato l’autore?
«Valutando l’Inno da pedagogo, quello non è un linguaggio giovanile e Mameli nel 1846 aveva diciannove anni. I sospetti sono aumentati leggendo da storico le sue opere. Dal collegio di Carcare scriveva alla madre che stava facendo proprio una bella vita: “Mangio per quattro, dormo molto, non faccio nulla, penso meno”, nessun ideale patriottico, ne voglia di scrivere poemetti. Era anche sgrammaticato. Del resto di nascita era un damerino di nobile famiglia genovese (il nonno era stato riconosciuto cavaliere e nobile da Vittorio Amedeo III, re di Sardegna). Educato alle scuole pie dei padri Scolopi genovesi, fu trasferito a Carcare dopo un pestaggio con un compagno. C’è anche da contestare il fatto che Mameli sia morto da eroe, in realtà fu ucciso dal fuoco amico (ferito da un commilitone a una gamba, poi andata in cancrena) ma la teoria eroica funzionava per l’immagine».
Dunque, l’inno lo scrisse padre Canata … «Lo scrisse proprio lui ed il Mameli in qualche modo glielo rubò. Atanasio Canata, nato a Lerici, nel Golfo dei Poeti, era un prolifico autore di poesie e tragedie. E tutte le sue opere sono infuse del cristianesimo liberale di ispirazione giobertiana che ritroviamo anche nell’inno di “Fratelli d’Italia”: tipo “l’unione e l’amore/ rivelano ai popoli/ le vie del Signore”. Era un papista, non un rivoluzionario mazziniano. E, sia pur parlando in terza persona, denunciò il furto in alcuni versi: “A destar quell’alme imbelli/ meditò (lui, Canata, nda) robusto un canto;/ ma venali menestrelli (Mameli? nda) si rapian dell’arpe il vanto:/ sulla sorte dei fratelli/ non profuse allor che pianto,/ e aspettando nel suo cuore/ si rinchiuse il pio cantore”».
Tè’ capì?, direbbe Umberto Bossi, il Ministro delle Riforme che proponendo il Và pensiero vorrebbe riformare l’Inno - non ufficiale – dello Stato italiano, non della Nazione. E viene anche a noi il dubbio che forse, in definitiva, non abbia neppure tanto torto.

Giuseppe e Salvo Musumeci

L’articolo è stato pubblicato sul “Gazzettino” di sabato 26 luglio 2008 e su “Sicilia Sera” di ottobre 2008.

Rivuluzzioni ndipinnintista siciliana dû 1848

Contributo di Santo Trovato

La rivuluzzioni ndipinnintista dû 1848 succidìu 'n Sicilia e rapprisenta la prima nna l’Europa di ddu annu chi nfatti era riccu di rivuluzzioni ndipinnintisti e/o libbirali. Duranti lu piriudu d'un menzu sèculu dû 1812 ô 1862 nni attruvamu armenu quattru rivuluzzioni significanti chi abbènninu 'n Sicilia. Chidda dû 1848 è ricurdata nun sulu pû fattu ca succidìu nta n'èbbica europea quannu s'attròvanu assai rivuluzzioni pi tutti banni, ma puru pû fattu dâ mudirnità dî principî affirmati, cuntinennu chiddi dâ rapprisintatività pupulana e dâ cintralità dû Parramentu, tantu menu dâ supiriurità dû Parramentu a rispettu ô stissu Re. Ô stissu tempu fu pruposta l'idia assai avanzata di na cunfidirazzioni cu l’àutri stati e pòpuli di l'Italia. Li principî suciali e pulìtici chi vìnniru affirmati si ponnu vidiri comu na cuntinuità dì cunquisti dâ pricidenti Custituzzioni siciliana dû 1812, chi rapprisintau nu mudellu assai avanzatu videmma ('n tèrmini jurìdici e pulìtici).



Lu risurtatu di sta rivuluzzioni fu n’abbrivisciutu Statu Sicilianu, supravivennu p'un annu (o siìdici misi, p'èssiri cchiù pricisi). Lu statu fu guidatu di Ruggeru Sèttimu, chi, numinatu Patri dâ Pàtria e Prisidenti dû Cunzigghiu dû Regnu di Sicilia, si cumpurtau daveru e propiu comu Capu di Statu ‘n aspittanza ca lu Parramentu Sicilianu addijissi un cannidatu ô tronu, capaci di libbiràrisi d’ogni liami câ dinastìa d’appartinenza. Quarchidunu supratuttu pripiratu a accittari in toto la Custituzzioni Siciliana.

Câ cunzinna di Palermu, lu 15 di maiu dû 1849, lu Statu Sicilianu, natu dâ rivuluzzioni dû 12 di jinnaru, accabbau di vìviri e li Burbuna riturnaru ô putiri.

Ruggeru Sèttimu si nni jiu ’n esiliu ntâ Malta, a bordu di na navi ngrisa. Ntô portu di Valletta fu accittatu cu l’anuri d’un Capu di Statu. Murìu ntâ Malta ntô 1863. La salma di Sèttimu è oi sippilluta nnâ Chiesa di San Domenico, Pantheon dî Siciliani

La strage dimenticata: Via Maqueda (Palermo) 19 ottobre 44


Anche oggi Neva Allegra (Movimento per l'Indipendenza della Sicilia) contribuisce alla crescita della causa Sicilianista.
ANTUDO!















La strage di via Maqueda

La mattina del 19 ottobre 1944, a Palermo, una manifestazione di impiegati, esasperati dalla fame, confluì in via Maqueda il corso principale della città in direzione della prefettura da poco riconsegnata dagli Alleati all' Italia. Dai fianchi della strada dove sorgono i quartieri popolari si unirono al corteo centinaia di persone che divenne imponente. Chiedeva pane. La tensione era molto alta le condizioni di assoluta povertà in cui vivevano i palermitani aveva esasperato gli animi, le idee indipendentiste avevano preso piede in città e le invettive contro gli affamatori italiani vennero declamati a gran voce. In prefettura temendo che la manifestazione si trasformasse in sommossa ordinò l'intervento dei militari della divisione Sabauda a protezione del palazzo. Giunti nei pressi della prefettura i manifestanti disarmati si videro fronteggiati dai militi, la rabbia montò ma non ebbe modo di esprimersi, dal retro di un camion dei soldati, senza alcun preavviso, venne lanciata una bomba a mano sulla folla e i militari armati di moschetti aprirono il fuoco. Falciarono soprattutto giovani e ragazzi che si trovavano in prima fila altre due bombe vennero lanciate una di queste ferì 9 soldati.
La città venne totalmente militarizzata e in serata si dovettero chiamare i vigili del fuoco per lavare il sangue dalle strade. Il primo bilancio ufficiale fu di 16 morti 104 feriti. Una successiva inchiesta del CLN palermitano, tuttaltro che esaustiva, portò il numero dei morti a 30 ma la cifra esatta dell'eccidio non si saprà mai, in molti morirono negli ospedali e nelle proprie case.
Una stima credibile parla di 90 morti e 180 feriti. Nessun processo, nessuna inchiesta giudiziaria è stata fatta e questa vicenda senza colpevoli è stata inghiottita in un buco nero della Storia da cui non è più riemersa.
Questi i fatti; preannuncio che il Professore Musumeci (Presidente Nazionale del M.I.S.) ha portato a termine una ricerca storica documentata su questo terribile avvenimento; mi ha promesso che a giorni mi invierà un articolo in merito

lunedì 17 agosto 2009

L'Italia all'alba del XX secolo di Francesco Saverio Nitti


Francesco Saverio Nitti queste cose le diceva circa cento anni fa...ma sono ancora attuali.
Nessuno mai potrà cancellare la STORIA.
ANTUDO!

Santi Correnti : Sicilia, Regione o " colonia "d' Italia


L'ennesimo contributo gentilmente inviatomi da Neva Allegra, la "pasionaria" del M.I.S. (MOVIMENTO PER L'INDIPENDENZA DELLA SICILIA).







Un appassionato approfondimento del Prof. Santi Correnti.


Santi Correnti (Riposto, 1924) è uno storico italiano.Si è dedicato prevalentemente alla Storia della Sicilia, che ha diffuso attraverso le sue 92 opere storiografiche. È stato professore alla Normale di Pisa, direttore dell'Istituto Siciliano di Cultura Regionale e della Rivista Storica Siciliana. Inoltre, è stato professore dal 1970 al 1996 presso l'università di Catania, dove ha creato la cattedra in Storia della Sicilia.

Santi Correnti non è indipendentista, ma da storico onesto, preparato ed autorevole quale Egli è, i suoi scritti narrano i fatti e la verità storica:

Come tutti sanno, la Sicilia è diventata “Regione a statuto speciale” il 15 maggio 1946, in altre parole quando l’Italia era ancora un Regno, e non una Repubblica; e il suo decreto istituzionale non fu firmato da un Presidente della Repubblica, bensì dal principe Umberto di Savoia, Luogotenente del Regno d’Italia per il padre Vittorio Emanuele III.

Questa priorità storica della “Regione Siciliana” è dimostrata proprio dalla sua denominazione, che adoperava l’aggettivo “Siciliana”, mentre tutte le altre regioni italiane vengono contrassegnate dal proprio sostantivo, per questo abbiamo la “Regione Lazio”, la “Regione Puglia”, e così via. Il decreto-legge relativo, approvato il 15 maggio 1946 con la legge n. 455, fu pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana” del 10. giugno 1946; e risulta composto da 41 articoli, di cui, purtroppo, i più importanti e i più determinanti, o non sono stati mai applicati, oppure sono caduti nel dimenticatoio, dopo una temporanea applicazione.

È stupefacente costatare come lo Statuto Regionale Siciliano sia stato progressivamente svuotato di valore e di significato, proprio nelle sue principali prerogative. Infatti:

1) L’art. 25 prescriveva che, in Sicilia, fossero abolite le province con i loro organi amministrativi; e che al loro posto fossero istituiti i “Liberi Consorzi di Comuni”. Questo articolo non è stato mai applicato e tutto è rimasto come prima.

2) L’art. 21 disponeva che il Presidente della RS partecipa con rango di Ministro al Consiglio dei Ministri, con voto deliberativo nelle materie che interessano la RS. Questo articolo non è stato mai applicato e quando recentemente il Presidente Giuseppe Provengano tentò di farlo valere, gli furono letteralmente chiuse le porte in faccia.

3) L’art. 24 prevede l’intervento giuridico di una Alta Corte di Giustizia, per decidere della costituzionalità delle leggi riguardanti la Sicilia ed emanate tanto dallo Stato, quanto dalla Regione stessa. Questa Alta Corte fu Costituita e funzionò per qualche tempo, ma poi scomparve senza lasciare traccia.

4) L’art. 31 disponeva che il Presidente della Regione Siciliana fosse il “Capo della Polizia di Stato nell’ambito della Regione”, con il diritto di decidere la rimozione dei funzionari di polizia in Sicilia o il loro trasferimento fuori della Sicilia, ma questo articolo non è stato mai applicato,

5) L’art. 38 dispone che lo Stato “verserà annualmente alla Regione Siciliana, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi in lavori pubblici. Questo articolo funzionò per qualche tempo; poi, non se ne è saputo più nulla.

6) L’art. 40 dispone l’istituzione per il Banco di Sicilia di Palermo, di una “Cassa di Compensazione”, allo scopo di destinare ai bisogni della Regione Siciliana le valute estere, provenienti dalle esportazioni siciliane, dalle rimesse degli emigranti, dal turismo e dal ricavo dei noli di navi iscritte bei compartimenti siciliani. Questo articolo non è stato mai applicato. Come si vede, nessuno degli articoli, veramente determinante per lo sviluppo e per la vita stessa della RS risulta oggi applicato e lo Statuto Regionale risulta quindi svuotato di reale efficacia, degradandosi ad inutile e derisorio “pezzo di carta”.

Ma c’è di più. Nel suo oltre mezzo secolo di vita, dal 1946 ad oggi; la “Regione Siciliana a statuto speciale” non è riuscita:

- A completare l’autostrada A 20 (Palermo ­ Messina), che da oltre trent’anni è interrotta nel notevole tratto che va da Sant’Agata di Militello (Messina) a Cefalù (Palermo), con gravi disagi per il turismo e per i trasporti.

- A far funzionare il “Casinò di Taormina”, autentico polmone per il turismo e per l’economia siciliana, che è stato chiuso “per ragioni morali, dato che si trattava di gioco d’azzardo”, mentre in Italia funzionano allegramente ben cinque Casinò: due a Venezia ed uno ciascuno a Sanremo, a Saint Vincent e a Campione d’Italia.

- A garantire l’attività autonoma degli istituti bancari siciliani, che sono stati tutti accorpati, e cioè assorbiti da istituti bancari del Nord (anche piccole banche locali, anche la Banca del Monte S. Agata” di Catania, o la “Cassa di San Giacomo” di Caltagirone, o la “Banca Santa Venera” di Acireale, sono diventate tutte filiali del “Credito Valtellinese”. (Se fosse avvenuto il contrario, ci potete scommettere che si sarebbe parlato di “mafia”.)

- Ad assicurare alla Sicilia, che produce e raffina il 70 % della benzina italiana, i privilegi fiscali di cui, in questo campo, gode la Val d’Aosta, che di petrolio non ne produce, né ne raffina nemmeno una goccia e lascia volentieri l’inquinamento alla Sicilia.

- A creare una “coscienza regionale” in Sicilia, perché la Sicilia è l’unica regione “a statuto speciale” a non avere nelle sue scuole elementari e medie un insegnamento di “Cultura Regionale “ e vale a dire storia, economia, geografia, letteratura e folklore regionali, che invece esiste, e dal 1958, dalla terza elementare alla terza media nelle altre quattro regioni “a statuto speciale”, e cioè in Sardegna, in Val d’Aosta, in Trentino-Alto Adige e in Friuli-Venezia Giulia.(...) Da quanto ho sopra specificamente documentato, è sorta in me la convinzione che la Sicilia non è affatto una regione, ma soltanto una colonia d’Italia e sarò lieto di essere smentito. >>

Santi Correnti

Direttore Onorario dell’Istituto Siciliano Di Cultura Regionale - Catania

domenica 16 agosto 2009

" A PROPOSITO DI AUTONOMIA " di Salvatore Musumeci (Presidente nazionale M.I.S.)

Una riflessione del prof. Salvatore Musumeci, Presidente nazionale del Movimento Indipendentista Siciliano, inviatomi da Neva Allegra.


Quando diversi anni fa, cominciammo a parlare, su diverse testate giornalistiche di Storia della Sicilia e in particolare dell’opera svolta dal Mis (Movimento per l’Indipendenza della Sicilia) che portò, dopo aspre battaglie, lo Stato Italiano a concedere lo Statuto Speciale di Autonomia alla Sicilia, eravamo quasi una “voce fuori coro” nostalgici non del passato ma di un futuro che non c’è stato. In effetti, contro la storia contemporanea della Sicilia e contro lo Statuto era in atto una “damnatio memoriae” anche da parte di non pochi intellettuali siciliani.
Di certo, non pensavamo minimamente che sul finire del primo lustro del terzo millennio sarebbe scoppiata una forte “voglia di autonomia” capace di suscitare l’interesse di quanti (soprattutto uomini politici) in sessant’anni avevano continuamente disconosciuto lo Statuto Siciliano, strumento giuridico che, se applicato integralmente, avrebbe reso la Sicilia un “quasi-stato”, così come affermava l’on. Attilio Castrogiovanni nel corso della prima legislatura regionale.
D’innanzi ai nuovi equilibri politici determinatesi all’Assemblea Regionale Siciliana corre d’obbligo una riflessione: come “folgorati sulla via di Damasco”, come se si fosse scoperto l’uovo di Colombo, in molti è esplosa la “voglia di autonomia”, ma sono in pochi a ricordarsi che lo Statuto Speciale della Regione Siciliana approvato il 15 maggio 1946 con decreto-legge luogotenenziale n° 455, a conclusione della trattativa fra lo Stato Italiano e i Siciliani in armi per l’indipendenza (guidati dal Mis e dall’Evis), ha il valore sostanziale di un trattato internazionale fra due entità nazionali.
Già nella travagliata stesura, quanto più nelle ore che lo videro introdotto nella Costituzione della neonata Repubblica Italiana e nei mesi ed anni successivi, che lo hanno visto disatteso, inapplicato, sostituito dalla prassi politica clientelare ed antisiciliana, lo Statuto è stato oggetto di un vilipendio continuo, proprio a causa del suo essere la vera e propria Costituzione di uno Stato (quello Siciliano, con la sua quasi millenaria storia di statualità) associato ad un altro Stato, quello Italiano.
La Sicilia, su quella carta costituzionale, sarebbe stata un vero e proprio “stato federato”, come più volte lamentato anche da Luigi Einaudi, che pure invano cercò di bloccare l’approvazione dell’articolo 38 dello in quanto avrebbe potuto consentire alla Sicilia di «battere moneta».
E oggi, mentre la Catalunya ha visto la conferma di un suo Statuto che, per quanto insoddisfacente, sancisce la realtà della Nazione Catalana, lo Statuto Siciliano ha corso e continua a corre gravi rischi.
Condividiamo pienamente quanto scritto dal dott. Giuseppe Lazzaro Danzuso sull’argomento, in “La Sicilia” di venerdì 9 gennaio 2009 a pag.17, come pure il pensiero dello storico Tino Vittorio: « (…) se Raffaele Lombardo raccoglie l’assist lanciato mezzo secolo fa dagli indipendentisti (…) e riesce a far applicare gli articoli 37 e 38 dello Statuto (…), la Sicilia può vincere la partita». Ma sia chiaro, ciò deve avvenire in tempi molto brevi e prima che passi il federalismo fiscale così come concepito dalla Lega Nord, che assimilerebbe la Sicilia alle altre regioni mortificandola e penalizzandola ancora di più. E che si chieda nel contempo la riattivazione dell’Alta Corte.
Infatti, l’art. 24 dello Statuto istituisce, con sede in Roma, l’Alta Corte per la Regione Siciliana con sei membri e due supplenti, oltre che il Presidente ed il Procuratore Generale, nominati in pari numero dalle Assemblee Legislative dello Stato e della Regione, e scelti fra persone di particolare competenza giuridica.
L’Alta Corte giudica sulla costituzionalità: a) delle Leggi emanate dall’Assemblea Regionale; b) delle Leggi e dei Regolamenti emanati dallo Stato, rispetto alle competenze statutarie ed ai fini della efficacia dei medesimi entro la Regione (art.25).
L’Alta Corte ha pure una speciale competenza in materia penale perché giudica sui reati compiuti dal Presidente e dagli Assessori Regionali nell’esercizio delle rispettive funzioni, e a seguito di accuse formulate dall’Assemblea Regionale (art.26).
Un Commissario, nominato dal Governo dello Stato, promuove i giudizi di competenza dell’Alta Corte, anche in mancanza di accuse da parte dell’Assemblea Regionale (art.27). Il Presidente della Regione ed il Commissario dello Stato, possono impugnare per incostituzionalità, davanti all’Alta Corte, le Leggi e i Regolamenti dello Stato, entro trenta giorni dalla loro pubblicazione (art.30).
È opportuno ricordare che l’Alta Corte verme costituita il 31 maggio 1948, dopo due anni dalla promulgazione dello Statuto, e durante la sua attività (1948-56) sono state emesse ben 91 sentenze. L’Alta Corte ha assolto, dunque, egregiamente i compiti previsti dallo Statuto, fino a quando è stato reso impossibile il suo ulteriore funzionamento per la mancata integrazione dei suoi componenti.
A tal fine il 4 aprile 1957 avrebbe dovuto tenersi una riunione della Camera e del Senato, in seduta comune, per l’elezione di un membro effettivo e di uno supplente. Senonché, con un messaggio datato 3 aprile, l’allora Presidente della Repubblica on. Giovanni Gronchi consigliò un rinvio “sine die” della seduta.
Successivamente la Corte Costituzionale, con propria sentenza n. 38 del 9 marzo 1957, giudicò la competenza dell’Alta Corte “travolta”, sostituendosi ad essa in modo arbitrario. Considerato che l’Alta Corte, di fatto, non è stata mai abrogata, ne riteniamo legittimo il possibile ripristino.
I Siciliani, cui non interessano i bizantinismi costituzionali italici, chiedono dignità, vivibilità, libertà, e lo fanno consapevoli di avere una vera e propria Carta Costituzionale, lo Statuto Speciale, che garantisce loro ampia governabilità. I Siciliani non credono in quanti sostengono la superfluità, o addirittura la dannosità, dell’Autonomia; e sono sempre meno disposti a cogliere e seguire le campagne tricolori di italoassimilazionismo che tutti i partiti hanno proposto negli ultimi appuntamenti elettorali, dalle “politiche” alle “regionali”.
Questo lo diciamo e sottolineiamo soprattutto a quanti oggi governano e “rappresentano” la Sicilia tanto a Palermo quanto a Roma: si parla di nuove riforme costituzionali in tempi brevi, ma bisogna tenere bene a mente una certa prassi, per il momento pressoché aliena al sistema politico italiano, sull’argomento.
In effetti, le modifiche costituzionali, salvo piccoli e circostanziati ammodernamenti che non stravolgano il senso della Carta, non possono essere fatte in forma di concertazione esclusiva fra i partiti rappresentati in parlamento o a colpi di maggioranza o referendum.
È invece chiaro che, in assenza di una nuova, specifica, Assemblea Costituente, i partiti (che ai parlamenti di Palermo e Roma hanno avuto accesso superando o aggirando specifici sbarramenti percentuali) debbano aprire il dialogo con quelle forze politiche che scrissero la Costituzione Italiana.
Fra quelle, c’era il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia. Non si illudano, quindi, le coalizioni esposte di poter eleggere ad interlocutore uno o più della miriade di movimenti “autonomisti” o “sicilianisti”, spesso creati ad hoc, asserviti ad una delle coalizioni e privi di una reale partecipazione popolare: il Mis esiste, ed è sempre e comunque disponibile a fornire il proprio apporto pratico e di idee.
Auguriamo al Presidente Lombardo, a costo di apparire provocatori, di fare sul serio, di trasformarsi in quel “De Valera” profetizzato dal nostro leader Andrea Finocchiaro Aprile nel suo Testamento Spirituale, e di agire da capo di Stato, solo così si ricomincerà a riscrivere la storia della Nazione Siciliana – federata all’Italia –, e del suo Popolo secondo i principi statutari accordatici, virtualmente, nel 1946.
Si provveda, dunque, a recuperare nella sua pienezza quanto c’è già: lo Statuto Speciale d’Autonomia, nato dal “pactum” fra il Popolo siciliano in armi e lo Stato italiano, con funzione “riparatrice” per i danni derivati alla Sicilia dall’annessione del 1861, e per dare una via d’uscita – dopo una lunga trattativa –, pacifica ed onorevole, ad una situazione conflittuale determinatasi dal 1943 in poi. Dalla totale applicazione dello Statuto può iniziare, dunque, il percorso giuridico verso la totale indipendenza della Sicilia.
Certo ci sono anche altre vie giuridico-istituzionali, ma rese volutamente farraginose, di conseguenza, meglio approfittare di ciò che è stato normato, con il sacrificio dei caduti per la “causa siciliana”.
Antudo!
Salvatore Musumeci
Presidente Nazionale MIS