Seconda parte dell'interessante contributo gentilmente concesso da Santo Trovato
Storia del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia, raccontata dal comandante dell'EVIS, secondo Turri, successore di Canepa, in una intervista poco nota del 1974.
(Intervista di E.Magri, 1974 - Riproposta nel 2009 sul settimanale "Gazzettino di Giarre" dal Prof. Salvatore Musumeci")
Indipendentismo come antifascismo
I siciliani vissero il Fascismo come un ulteriore asservimento all’Italia, e la fine della guerra rappresentò l’occasione ideale per liberarsi della italica tirannia
«In Sicilia, in un clima di abusi di potere e di soprusi maturò l’antifascismo; un antifascismo che si accentuò a mano a mano che ci si avvicinava alla guerra. Inizialmente questo antifascismo era dei più vari colori, come nel resto d’Italia: socialista, comunista, liberale. Poi, l’atteggiamento di Badoglio e il proclama di Roatta che parlava di “italiani e di siciliani fedeli”, fedeli come i cani, fecero coagulare l’antifascismo attorno all’indipendentismo siciliano.
E la culla dell’indipendentismo catanese era Villa Rindone, a San Giovanni La Punta, dove l’illustre chirurgo, ex deputato al Parlamento prefascista, si trovava sfollato nel 1943. Rindone e tutti gli altri, compreso me, erano già convinti, nel 1942, che la guerra fosse perduta e che bisognasse pensare a un nuovo assetto politico per la Sicilia. Si aveva la sensazione che la catastrofe della guerra fosse uno di quei ritorni storici in seguito ai quali i popoli che erano stati asserviti ne dovevano approfittare.
E questa sensazione, voglio dire l’idea dell’indipendenza, si diffondeva rapidamente. Solo più tardi sapemmo che un gruppo di giovani si riuniva, contemporaneamente a noi, e indipendentemente da noi, nella chiesa della Mercede parlando degli stessi temi che venivano dibattuti dai maggiorenti in casa Rindone. Così come scoprimmo che nell’altro versante dell’isola, Andrea Finocchiaro Aprile, ex deputato liberale al Parlamento prefascista, uomo eccezionale, di grande prestigio e di onestà, stava operando per l’indipendentismo insieme con Lucio Tasca, primo sindaco di Palermo. Antonino Varvaro e altri. Era stato proprio nel precedente mese di luglio, all’entrata degli americani a Palermo, che Finocchiaro Aprile aveva fatto un proclama e aveva scritto a tutti i suoi ex colleghi deputati siciliani al Parlamento prima di Mussolini proponendo una lotta politica per l’indipendenza. Il fatto è che noi siamo stati afflitti da due cose: da un pugno di traditori che ci hanno abbandonato al momento delle battaglie decisive e dall’ignavia che ha lasciato agli altri il compito di scrivere per nostro conto. E gli altri hanno scritto menzogne.
Ad ogni buon conto, lasciamo le digressioni. Dicevo che l’otto agosto 1943 gli indipendentisti catanesi si riunirono in casa Rindone. Non c’era niente da dibattere. Tutto era stato dibattuto nei mesi precedenti. E così da casa Rindone uscì un manifesto con le firme di tutti i presenti: era l’atto costitutivo in Catania del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia. Ed era con una copia di questo manifesto che io e un giornalista, Concetto Battiato, partimmo per Palermo per prendere contatto col padre spirituale dell’indipendentismo: Andrea Finocchiaro Aprile. Quando lo incontrammo era in casa del genero, Frasca Polara. Finocchiaro Aprile aveva sulle spalle un impermeabile del genero e si stava friggendo due uova su una spiritiera. La sua unica ricchezza erano tre discorsi: i cosiddetti “discorsi dell’Aurora” che io portai a Catania. Alcuni mesi dopo, il 9 dicembre 1943, Andrea Finocchiaro Aprile fondò ufficialmente a Palermo il Movimento (trasformando il Cis, “Comitato per l’Indipendenza della Sicilia”, in Mis, ndr).
Una sera, in una sala da ballo catanese, un ufficiale della divisione Sabauda fendette la folla dei danzatori e si avvicinò alla coppia che stava al centro della sala.
Il dancing era a Guardia-Ognina, una borgata alla periferia di Catania. Era uno dei primi balli dopo i triboli della guerra. Era presente anche il prefetto Fazio, nominato dagli inglesi. Impettito e tracotante, l’ufficiale fermò i due danzatori: erano l’avvocato Antonio Bruno e la sorella. L’avvocato Antonio Bruno portava all’occhiello il distintivo della Trinacria: le tre gambe e la faccia di donna. “Si tolga quel distintivo”, disse l’ufficiale all’avvocato. “Io non tolgo niente”, rispose l’avvocato Bruno.
La musica cessò e tutti gli occhi furono rivolti al centro della sala. Compresi quelli del prefetto Fazio nominato dagli alleati. “Si tolga quel distintivo oppure esca fuori”, tuonò ancora l’ufficiale della Sabauda. “Io non mi tolgo il distintivo e non esco fuori”, replicò l’avvocato indignato. “Allora lei è un vigliacco”, concluse l’ufficiale.
A quelle parole l’avvocato Bruno lasciò la sorella e uscì con l’ufficiale. Seguì lo svenimento della sorella dell’avvocato Bruno, e un putiferio durante il quale l’ufficiale staccò dall’occhiello la Trinacria al giovane avvocato.
Io non c’ero a quella festa. Ma lo seppi una mezz’ora più tardi. Furente come potevo essere furente in quegli anni, andai a cercare subito il giornalista Concetto Battiato e tentai di fare aprire una tipografia. Impossibile. Allora, sempre con Concetto Battiato, recuperai una macchina da scrivere e in due ore battemmo cento copie di un cartello di sfida a tutti gli ufficiali della divisione Sabauda.
Affiggemmo copie di quel cartello, di notte, davanti al comando della divisione e sui muri della città. E siccome era l’ora in cui tornavano le pattuglie di ronda, disarmammo tutte le pattuglie che incontrammo. Poi andai a casa e attesi pazientemente al telefono. Ma non chiamò nessuno.
La guerra al Movimento era già stata dichiarata dal governo Badoglio prima e dal governo Bonomi dopo. Il 28 gennaio 1944 gli alleati avevano consegnato la Sicilia al governo provvisorio italiano e, per prima cosa, l’Italia, il pezzo d’Italia libera, aveva deciso di frustrare con tutti i mezzi a disposizione l’indipendentismo nascente in Sicilia. Qualcuno ci abbandona, come Guarino Amelia, che il venti di gennaio 1944 era latore di un manifesto di Andrea Finocchiaro Aprile a Catania, e sette giorni dopo partecipò al convegno dei comitati di liberazione a Bari.
Ma il movimento non solo era forte. Cresceva e si moltiplicava. E rapidamente si scontrò col potere italiano rappresentato dalla divisione Sabauda mandata apposta per reprimere ogni velleità di indipendentismo. Gli episodi sono degni dei Vespri. Quello con l’avvocato Bruno è uno di quelli incruenti. Ma scorse anche il sangue. Un nostro iscritto che affiggeva un manifesto in via Etnea venne fatto segno a un colpo di fucile che gli sfiorò il giubbotto. Un altro, il fratello del primo, venne colpito da una fucilata al petto e sopravvisse. A quest’ultimo episodio ero presente anch’io: armato, cominciai a sparare in aria in piena via Etnea per creare panico.
Movimento e autorità locali arrivarono ai ferri corti. Noi indipendentisti catanesi costituimmo legalmente il Movimento per l’indipendenza siciliana e mandammo una copia del verbale alle autorità con un poscritto di Romeo Perrotta, segretario provinciale del Movimento. Poscritto nel quale si precisava che si trattava di una pura e semplice notifica alle autorità ma in quanto autorità locali e non come rappresentanti dello Stato italiano col quale noi non volevamo avere nulla a che spartire. Il potere, costituito da poco sotto l’egida del governo di Bari, si vendicò con l’ostruzionismo. Finocchiaro Aprile venne a Catania per tenere un discorso ai catanesi. Chiedemmo un locale dove riunirci. Ma il locale ci venne negato sfacciatamente. Allora alzammo l’ingegno. Uno di noi possedeva un grande palazzo adibito a scuola privata. Sloggiammo la scuola privata, organizzammo due piani, installammo gli altoparlanti e Andrea Finocchiaro Aprile poté parlare. Al comizio fece seguito un duro scontro con i nostri avversari “in borghese” (ovvero, appartenenti alle forze dell’ordine, ndr), con quelli del Movimento unitario italiano capeggiati dal principe Borghese, fratello di Valerio Borghese, che aveva sposato la figlia del principe di Manganelli».
Commento del Prof. Salvatore Musumeci, Presidente Nazionale del Mis
Il racconto di Concetto Gallo evidenzia come in Sicilia, tra il 1942-43, dilagasse ovunque il sentimento indipendentista, rendendosi interprete dei bisogni e del malcontento del Popolo Siciliano. Fu, dunque, Gallo il trait-d’union tra il gruppo catanese del Mis e quello palermitano del Cis che, il 9 dicembre 1943, con propria delibera assunse la denominazione – caldeggiata e già informalmente usata a Catania dal prof. Santi Rindone e dai suoi collaboratori –, di Movimento per l’Indipendenza della Sicilia. La connotazione di movimento era intenzionale perché il Mis si proponeva di radunare sotto le proprie bandiere, uomini e gruppi di qualsiasi ideologia, purché convergenti sull’obiettivo comune ed unificante dell’indipendenza della Sicilia.
Questa scelta costituiva una delle ragioni per le quali l’indipendentismo siciliano fu accolto, trasversalmente, in ogni ambiente della società siciliana dell’epoca. Ma fu anche il suo tallone d’Achille, perché di fronte ad ogni problema concreto si verificavano scissioni e divergenze di opinioni che nel tempo avrebbero indebolito, mortalmente, il progetto indipendentista.
(2. Continua –“Memorie” di Concetto Gallo, da un’intervista di E. Magrì, 1974)
Contributo inviatomi da Neva Allegra del M.I.S. (Movimento per l'Indipendenza della Sicilia).
STATUTO DELLA REGIONE SICILIANAAPPROVATO CON R.D.L. 15 MAGGIO 1946, N.455
ASSEMBLEA REGIONALE
PRESIDENTE E GIUNTA REGIONALE
FUNZIONI DELL'ASSEMBLEA REGIONALE
FUNZIONI DEL PRESIDENTE E DELLA GIUNTA REGIONALE
ORGANI GIURISDIZIONALI
POLIZIA
PATRIMONIO E FINANZE
DISPOSIZIONI TRANSITORIE
REGIO DECRETO 15.5.1946 N° 455 : Approvazione dello Statuto della Regione Sicilia
CONVERSIONE IN LEGGE COSTITUZIONALE dello Statuto della Regione Sicilia - 26 febbraio 1948 - Legge costituzionale n° 2
ART.1
La Sicilia, con le isole Eolie, Egadi, Pelagie, Ustica e Pantelleria, è costituita in Regione autonoma, fornita di personalità giuridica, entro l' unità politica dello Stato italiano, sulla base dei principi democratici che ispirano la vita della Nazione.
La città di Palermo è il capoluogo della Regione.
Titolo I
ORGANI DELLA REGIONE
ART.2
Organi della Regione sono: l'Assemblea, la Giunta e il Presidente regionale. Il Presidente regionale e la Giunta costituiscono il Governo della Regione.
Sezione I
Assemblea Regionale
ART.3
L' Assemblea regionale è costituita di novanta Deputati eletti nella Regione a suffragio universale diretto e segreto, secondo la legge emanata dall' Assemblea regionale in base ai principi fissati dalla Costituente in materia di elezioni politiche.
I Deputati rappresentano l'intera Regione e cessano di diritto dalla carica allo spirare del termine di quattro anni.
La nuova Assemblea è convocata dal Presidente regionale entro tre mesi dalla detta scadenza.
(Così modificato dalla legge costituzionale 12 aprile 1989, n° 3)
ART.4
L' Assemblea regionale elegge nel suo seno il Presidente, i due Vice Presidenti, i Segretari dell' Assemblea e le Commissioni permanenti, secondo le norme del suo regolamento interno, che contiene altresì le disposizioni circa l' esercizio delle funzioni spettanti all' Assemblea regionale.
ART.5
I Deputati, prima di essere ammessi all' esercizio delle loro funzioni, prestano nella Assemblea il giuramento di esercitarle col solo scopo del bene inseparabile dell' Italia e della Regione.
ART.6
I Deputati non sono sindacabili per i voti dati nell' Assemblea regionale e per le opinioni espresse nell' esercizio della loro funzione.
ART.7
I Deputati hanno il diritto di interpellanza, di interrogazione e di mozione in seno all' Assemblea.
ART.8
Il Commissario dello Stato di cui all' art.27 può proporre al Governo dello Stato lo scioglimenbto della Assemblea regionale per persistente violazione del presente Statuto.
Il decreto di scioglimento deve essere preceduto dalla deliberazione delle Assemblee legislative dello Stato.
L' ordinaria amministrazione della Regione è allora affidata ad una Commissione straordinaria di tre membri, nominata dal Governo nazionale su designazione delle stesse Assemblee legislative.
Tale Commissione indice le nuove elezioni per l' Assemblea regionale nel termine di tre mesi
(V.D.P.R. 5 agosto 1961, n° 784)
Sezione II
Presidente regionale e Giunta regionale
ART.9
Il Presidente regionale e gli Assessori sono eletti dall' Assemblea regionale nella sua prima seduta e nel suo seno a maggioranza assoluta di voti segreti dei Deputati.
La Giunta regionale è composta dal Presidente regionale e dagli Assessori. Questi sono preposti dal Presidente regionale ai singoli rami dell' Amministrazione.
ART.10
Il Presidente regionale, in caso di sua assenza od impedimento, è sostituito dall'Assessore da lui designato.
Nel caso di dimissioni, incapacità o morte del Presidente regionale, il Presidente dell' Assemblea convocherà entro quindici giorni l' Assemblea per l' elezione del nuovo Presidente regionale.
Titolo II
FUNZIONI DEGLI ORGANI REGIONALI
Sezione I
Funzioni dell' Assemblea regionale
ART.11
L' Assemblea regionale è convocata dal suo Presidente in sessione ordinaria nella prima settimana di ogni bimestre e, straordinariamente, a richiesta del Governo regionale, o di almeno venti Deputati.
ART.12
L' iniziativa delle leggi regionali spetta al Governo ed ai Deputati regionali.
I progetti di legge sono elaborati dalle Commissioni dell' Assemblea regionale con la partecipazione della Rappresentanza degli interessi professionali e degli organi tecnici regionali.
I regolamenti per l' esecuzione delle leggi formate dall' Assemblea regionale sono emanati dal Governo regionale.
ART.13
Le leggi approvate dall' Assemblea regionale ed i regolamenti emanati dal Governo regionale non sono perfetti, se mancanti della firma del Presidente regionale e degli Assessori competenti per materia.
Sono promulgati dal Presidente regionale decorsi i termini di cui all' art. 29, comma 2° e pubblicati nella Gazzetta Ufficiale della Regione.
Entrano in vigore nella Regione quindici giorni dopo la pubblicazione, salvo diversa disposizione, compresa nella singola legge o nel singolo regolamento.
ART.14
L' assemblea, nell' ambito della Regione e nei limiti delle leggi costituzionali dello Stato, senza pregiudizio delle riforme agrarie e industriali deliberate dalla Costituente del popolo italiano, ha la legislazione esclusiva sulle seguenti materie:
a) agricoltura e foreste;
b) bonifica;
c) usi civili;
d) industria e commercio
e) incremento della produzione agricola ed industriale; valorizzazione, distribuzione, difesa dei prodotti agricoli ed industriali e delle attività commerciali;
f) urbanistica;
g) lavori pubblici, eccettuate le grandi opere pubbliche di interesse prevalentemente nazionale;
h) miniere, cave, torbiere, saline;
i) acque pubbliche, in quanto non siano oggetto di opere pubbliche d'interesse nazionale;
l) pesca e caccia;
m) pubblica beneficienza ed opere pie;
n) turismo, vigilanza alberghiera e tutela del paesaggio; conservazione delle antichità e delle opere artistiche;
o) regime degli enti locali e delle circoscrizioni relative;
p) ordinamento degli uffici e degli enti regionali;
q) stato giuridico ed economico degli impiegati e funzionari della Regione, in ogni caso non inferiore a quello del personale dello Stato;
Le circoscrizioni provinciali e gli organi ed enti pubblici che ne derivano sono soppressi nell' ambito della Regione siciliana.
L' ordinamento degli enti locali si basa nella Regione stessa sui comuni e sui liberi Consorzi comunali, dotati della più ampia autonomia amministrativa e finanziaria. Nel quadro di tali principi generali spetta alla Regione la legislazione esclusiva e l' esecuzione diretta in materia di circoscrizione, ordinamento e controllo degli enti locali.
ART.16
L' ordinamento amministrativo di cui all' articolo precedente sarà regolato, sulla base dei principi stabiliti dal presente Statuto, dalla prima Assemblea regionale.
ART.17
Entro i limiti dei principi ed interessi generali cui si informa la legislazione dello Stato, l' Assemblea regionale può, al fine di soddisfare alle condizioni particolari ed agli interessi propri della Regione, emanare leggi, anche relative all' organizzazione dei servizi, sopra le seguenti materie concernenti la Regione:
a) comunicazione e trasporti regionali di qualsiasi genere;
b) igiene e sanità pubblica;
c) assistenza sanitaria;
d) istruzione media e universitaria;
e) disciplina del credito, delle assicurazioni e del risparmio;
f) legislazione sociale: rapporti di lavoro, previdenza ed assistenza sociale, osservando i minimi stabiliti dalle leggi dello Stato
g) annona;
h) assunzione di pubblici servizi;
i) tutte le altre materie che implicano servizi di prevalente interesse regionale.
ART.18
L' Assemblea regionale può emettere voti, formulare progetti sulle materie di competenza degli organi dello Stato che possano interessare la Regione, e presentarli alle Assemblee legislative dello Stato.
ART.19
L' Assemblea regionale, non più tardi del mese di gennaio, approva il bilancio della Regione per il prossimo nuovo esercizio, predisposto dalla Giunta regionale. L' esercizio finanziario ha la stessa decorrenza di quello dello Stato.
All' approvazione della stessa Assemblea è pure sottoposto il rendiconto generale della Regione.
Sezione II
Funzioni del Presidente e della Giunta regionale
ART.20
Il Presidente e gli Assessori regionali, oltre alle funzioni esercitate in base agli artt.12; 13 comma 1 e 2; 19 comma 1; svolgono nella Regione le funzioni esecutive ed amministrative concernenti le materie di cui agli articoli 14, 15 e 17. Sulle altre non comprese negli artt. 14, 15 e 17 svolgono una attività amministrativa secondo le direttive del Governo dello Stato.
Essi sono responsabili di tutte le loro funzioni, rispettivamente, di fronte all' Assemblea regionale ed al Governo dello Stato.
ART.21
Il Presidente è Capo del Governo regionale e rappresenta la Regione.
Egli rappresenta altresì nella Regione il Governo dello Stato, che può tuttavia inviare temporaneamente propri commissari per l' esplicazione di singole funzioni statali.
Col rango di Ministro partecipa al Consiglio dei Ministri, con voto deliberativo nelle materie che interessano la Regione.
ART.22
La Regione ha diritto di partecipare con un suo rappresentante, nominato dal Governo regionale, alla formazione delle tariffe ferroviarie dello Stato ed alla istituzione e regolamentazione dei servizi nazionali di comunicazione e trasporti, terrestri, marittimi ed aerei, che possano comunque interessare la Regione.
Titolo III
ORGANI GIURISDIZIONALI
ART. 23
Gli organi giurisdizionali centrali avranno in Sicilia le rispettive sezioni per gli affari concernenti la Regione.
Le sezioni del Consiglio di Stato e della Corte dei Conti svolgerammo altresì le funzioni, rispettivamente, consultive e di controllo amministrativo e contabile.
I magistrati della Corte dei Conti sono nominati, di accordo, dal Governo dello Stato e della Regione.
I ricorsi amministrativi, avanzati in linea straordinaria, contro atti amministrativi regionali, saranno decisi dal Presidente regionale, sentite le sezioni regionali del Consiglio di Stato.
ART.24
E' istituita in Roma un' Alta Corte con sei membri e due supplenti, oltre il Presidente ed il Procuratore generale, nominati in pari numero dalle Assemblee legislative dello Stato e della Regione, e scelti fra persone di speciale competenza in materia giuridica.
Il Presidente ed il Procuratore generale sono nominati dalla stessa Alta Corte.
L' onere finanziario riguardante l' Alta Corte è ripartito equamente fra lo Stato e la Regione.
ART.25
L' Alta Corte giudica sulla costituzionalità:
a) delle leggi emanate dall’Assemblea regionale;
b) delle leggi e dei regolamenti emanati dallo Stato, rispetto al presente Statuto ed ai fini della efficacia dei medesimi entro la Regione.
ART.26
L' Alta Corte giudica pure dei reati compiuti dal Presidente e dagli Assessori regionali nell' esercizio delle funzioni di cui al presente Statuto, ed accusati dall' Assemblea regionale.
(Dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale - sentenza n.6 del 1970)
ART.27
Un Commissario, nominato dal Governo dello Stato, promuove presso l' Alta Corte i giudizi di cui agli artt.25 e 26, e, in questo ultimo caso, anche in mancanza di accusa da parte dell' Assemblea Regionale.
ART.28
Le leggi dell' Assemblea regionale sono inviate entro tre giorni dall' approvazione al Commissario dello Stato, che entro i successivi cinque giorni può impugnarle davanti l' Alta Corte.
ART.29
L' Alta Corte decide sulle impugnazioni entro venti giorni della ricevuta delle medesime.
Decorsi otto giorni, senza che al Presidente regionale sia pervenuta copia dell' impugnazione, ovvero scorsi trenta giorni dall' impugnazione senza che al Presidente regionale sia pervenuta da parte dell' Alta Corte sentenza di annullamento, le leggi sono promulgate ed immediatamente pubblicate nella "Gazzetta Ufficiale della Regione".
ART.30
Il Presidente regionale, anche su voto dell' Assemblea regionale, ed il Commissario di cui all' art.27, possono impugnare per incostituzionalità davanti all' Alta Corte le leggi ed i regolamenti dello Stato, entro trenta giorni dalla pubblicazione.
Titolo IV
POLIZIA
ART. 31
Al mantenimento dell' ordine pubblico provvede il Presidente regionale a mezzo della polizia dello Stato, la quale nella Regione dipende disciplinarmente, per l' impiego e l' utilizzazione, dal governo regionale. Il Presidente della regione può chiedere l' impiego delle forze armate dello Stato.
Tuttavia il Governo dello Stato potrà assumere la direzione dei servizi di pubblica sicurezza, a richiesta del Governo regionale, congiuntamente al Presidente dell' Assemblea, e, in casi eccezionali, di propria iniziativa, quando siano compromessi l' interesse generale dello Stato e la sua sicurezza.
Il Presidente ha anche il diritto di proporre, con richiesta motivata al Governo Centrale, la rimozione o il trasferimento fuori dell' Isola dei funzionari di polizia.
Il governo regionale può organizzare corpi speciali di polizia amministrativa per la tutela di particolari servizi ed interessi.
Titolo V
PATRIMONIO E FINANZE
ART. 32
I beni di demanio dello Stato, comprese le acque pubbliche esistenti nella Regione, sono assegnati alla Regione eccetto quelli che interessano la difesa dello Stato o servizi di carattere nazionale.
ART.33
Sono altresì assegnati alla Regione e costituiscono il suo patrimonio, i beni dello Stato oggi esistenti nel territorio della Regione e che non sono della specie di quelli indicati nell' articolo precedente.
Fanno parte del patrimonio indisponibile della Regione:
-- le foreste, che a norma delle leggi in materia costituiscono oggi il demanio forestale dello Stato nella Regione
-- le miniere, le cave e torbiere, quando la disponibilità ne è sottratta al proprietario del fondo;
-- le cose d' interesse storico, archeologico, paleontologico ed artistico, da chiunque ed in qualunque modo ritrovate nel sottosuolo regionale;
-- gli edifici destinati a sede di uffici pubblici della Regione coi loro arredi e gli altri beni destinati a un pubblico servizio della Regione.
ART.34
I beni immobili che si trovano nella Regione e che non sono in proprietà di alcuno, spettano al patrimonio della Regione.
ART.35
Gli impegni già assunti dallo Stato verso gli enti regionali sono mantenuti con adeguamento al valore della moneta, all' epoca del pagamento.
ART.36
Al fabbisogno finanziario della Regione si provvede con i redditi patrimoniali della Regione e a mezzo di tributi, deliberati dalla medesima
Sono però riservate allo Stato le imposte di produzione e le entrate dei tabacchi e del lotto.
ART.37
Per le imprese industriali e commerciali, che hanno la sede centrale fuori dal territorio della Regione, ma che in essa hanno stabilimenti ed impianti, nell' accertamento dei redditi viene determinata la quota di reddito da attribuire agli stabilimenti ed impianti medesimi.
L' imposta relativa a detta quota compete alla Regione ed è riscossa dagli organi di riscossione della medesima.
ART.38
Lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base ad un piano economico, nell' esecuzione di lavori pubblici.
Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi di lavoro nella Regione in confronto alla media nazionale.
Si procederà ad una revisione quinquennale della detta assegnazione con riferimento alle variazioni dei dati assunti per il precedente computo.
ART.39
Il regime doganale della Regione è di esclusiva competenza dello Stato.
Le tariffe doganali, per quanto interessa la Regione e relativamente ai limiti massimi, saranno stabilite previa consultazione del Governo regionale.
Sono esenti da ogni dazio doganale le macchine e gli arnesi di lavoro agricolo, nonché il macchinario attinente alla trasformazione industriale dei prodotti agricoli della Regione.
ART.40
Le disposizioni generali sul controllo valutario emanate dallo Stato hanno vigore anche nella Regione.
E' però istituita presso il Banco di Sicilia, finché permane il regime vincolistico sulle valute, una camera di compensazione allo scopo di destinare ai bisogni della Regione le valute estere provenienti dalle esportazioni siciliane, dalle rimesse degli emigranti, dal turismo e dal ricavo dei noli di navi iscritte nei compartimenti siciliani.
ART.41
Il Governo della Regione ha facoltà di emettere prestiti interni.
DISPOSIZIONI TRANSITORIE
ART.42
L' Alto Commissario e la Consulta regionale della Sicilia, compresi i tecnici, restano in carica con le attuali funzioni fino alla prima elezione dell' Assemblea regionale, che avrà luogo a cura del Governo dello Stato, entro tre mesi dalla approvazione del presente Statuto, in base alla emananda legge elettorale politica dello Stato.
Le circoscrizioni dei collegi elettorali sono però determinate in numero di nove, in corrispondenza alle attuali circoscrizioni provinciali, e ripartendo il numero dei Deputati in base alla popolazione di ogni circoscrizione.
ART.43
Una Commissione paritetica di quattro membri nominati dall' Alto Commissario della Sicilia e dal Governo dello Stato, determinerà le norme transitorie relative al passaggio degli uffici e del personale dallo Stato alla Regione, nonché le norme per l' attuazione del presente Statuto.
Gazzetta Ufficiale 10 giugno 1946, n°1333.
REGIO DECRETO LEGISLATIVO
15 MAGGIO 1946 N° 455
APPROVAZIONE DELLO STATUTO DELLA REGIONE SICILIANA
UMBERTO II RE D’ITALIA
Visto il decreto legge luogotenenziale 25 giugno 1944, n.151;
Visto il decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n.98;
Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri;
Abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:
Articolo unico.
E' approvato, nel testo allegato, firmato, d' ordine Nostro, dal Presidente del Consiglio dei Ministri, lo Statuto della Regione siciliana.
Lo Statuto predetto sarà sottoposto all' Assemblea Costituente, per essere coordinato con la nuova Costituzione dello Stato.
Ordiniamo che il presente decreto munito del sigillo dello Stato, sia inserito nella Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d' Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare come legge dello Stato.
Visto, il Guardasigilli: TOGLIATTI. Registrato con riserva alla Corte dei Conti, addì 9 giugno 1946. Atti del Governo, registro n° 10, foglio n° 224 - Frasca .
LEGGE COSTITUZIONALE
26 FEBBRAIO 1948 N° 2
CONVERSIONE IN LEGGE COSTITUZIONALE DELLO STATUTO DELLA REGIONE SICILIANA
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Visto il primo comma della XVII disposizione transitoria e l' art. 116 della Costituzione:
PROMULGA
la seguente legge costituzionale, approvata dall' Assemblea Costituente il 31 gennaio 1948:
ART.1
Lo Statuto della Regione siciliana, approvato col decreto legislativo 15 maggio 1946, n.455, fa parte delle leggi costituzionali della Repubblica ai sensi e per gli effetti dell' art. 116 della Costituzione.
Ferma restando la procedura di revisione preveduta dalla Costituzione, le modifiche ritenute necessarie dallo Stato o dalla Regione saranno, non oltre due anni dalla entrata in vigore della presente legge, approvate dal Parlamento nazionale con legge ordinaria, udita l' Assemblea regionale della Sicilia.
ART.2
La presente legge costituzionale entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica.
La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della Repubblica Italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.
Data a Roma, addì 26 febbraio 1948.
DE NICOLA DE GASPERI
Visto, il Guardasigilli: GRASSI (Gazzetta Ufficiale della R.I. n.58 del 9 marzo 1948).
Convertito in legge costituzionale il 26 febbraio 1948.
Art. 1 - Il M.I.S. si propone di indirizzare il popolo siciliano alla conquista della propria Indipendenza, secondo i principi contenuti nella “Carta della Indipendenza Siciliana” ed indirizzarlo altresì al raggiungimento degli obbiettivi contenuti nel “Programma di azione del M.I.S.”. Art. 2 - L’Associazione non ha fini di lucro e ha durata a tempo indeterminato. Essa si ispira alle grandi scuole democratiche di pensiero e si propone il rilancio e lo sviluppo socio-politicoeconomico e culturale della Sicilia e la sua liberazione da tutti i condizionamenti. Al tal fine il M. I. S. intende mobilitare le migliori energie ed intelligenze della società civile siciliana per dare vita e realizzare un grande progetto politico che, nelle sue linee essenziali, miri: - Alla affermazione del diritto di libertà e di Autodeterminazione dei Popoli. - Alla affermazione dell’identità storica, politica e culturale del Popolo Siciliano. - Alla difesa dei diritti della Sicilia e dei Siciliani, primo fra tutti il diritto di vivere, lavorare e prosperare nella propria terra. - Alla formazione di una classe dirigente politica, amministrativa ed imprenditoriale capace e credibile. - Alla difesa, potenziamento, rafforzamento e piena attuazione dello Statuto Speciale di Autonomia. - Al riconoscimento, nelle competenti sedi italiane ed internazionali, della Sicilia come centro nevralgico nello sviluppo dei rapporti tra l’Europa ed i paesi dell’area mediterranea, nel quadro di un’ampia politica euro-mediterranea ed internazionale, coerente con la sua storia millenaria e la posizione geografica dell’Isola e con il ruolo di naturale punto di incontro politico, economico e commerciale delle Nazioni euro-mediterranee, e di centro diffusore e di sintesi dei valori di civiltà, di cultura, di arte, di scienza e di tecnica. - Alla affermazione del diritto di libera disponibilità ed utilizzazione delle proprie risorse e ricchezze naturali, del proprio territorio e del proprio patrimonio artistico-culturale.
Prima parte dell'interessante contributo gentilmente concesso da Santo Trovato.
Storia del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia, raccontata dal comandante dell'EVIS, secondo Turri, successore di Canepa, in una intervista poco nota del 1974.
(Intervista di E.Magri, 1974 - Riproposta nel 2009 sul settimanale "Gazzettino di Giarre" dal Prof. Salvatore Musumeci") Un breve prologo del Prof. Salvatore Musumeci, Presidente Nazionale del Mis
Oltre sessant'anni fa la Sicilia combattè la sua guerra di indipendenza contro l'Italia; una guerra della quale oramai sono pochi a ricordare i particolari: una vera e propria guerra con eserciti schierati in campo che culminò nella battaglia campale il 29 dicembre 1945, a Monte San Mauro nei pressi di Caltagirone, tra l'esercito italiano comprendente cinquemila uomini e l'Evis, l'esercito dei volontari per l'indipendeza della Sicilia al comando di Concetto Gallo. Pur appartenendo alla nostra storia più recente, si può dire alla cronaca, la vicenda dell'indipendentismo siciliano, che ebbe i suoi morti, è una delle pagine più oscure della vita siciliana e italiana. Forse perchè i suoi protagonisti si chiusero in uno sdegnato silenzio, lasciando a storici e saggisti il compito di interpretare gli avveimenti. Il risultato, però, continua ad essere tutta una serie di nuovi interrogativi: come nacque, realmente, l'indipendentismo ? Dietro gli indipendentisti siciliani c'erano poi gli americani che volevano fare della Sicilia la "quarantanovesima stella" ? E ancora: che influenza ebbe la mafia sulle vicende dell'indipendentismo ? E Salvatore Giuliano ? Il bandito che ruolo giocò nell'esercito siciliano ? E, infine, era vero che i Savoia avrebbero voluto fare della Sicilia la loro testa di ponte per riconquistare l'Italia dopo il referendum del 1946 ? Per quasi trent'anni queste domande sono state poste a Concetto Gallo, il comandante dell'Evis, uno dei principali protagonisti dell'indipendentismo, enza avere mai una risposta. Poi all'età di 61 anni, esattamente nel 1974, l'ex deputato della Costituente e all'Assemblea siciliana, decise, anche per merito del Prof. Giuseppe Sambataro, di raccontare per l'europeo, in un'intervista a Enzo Magrì, la storia di quei tragici avvenimenti cominciando dalla nscita dell'indipendentismo per finire alla battaglia di Piano della Fiera che segnò la fine del suo esercito. Più che un'intervista - dalla prima domanda -, Magrì raccolse un vero e proprio "Memoriale", anzi un Dossier" di pregiato valore documentale. Avendone trovata la minuta tra le carte ingiallite dal tempo, (n.d.r.: è il Prof. Salvatore Musumeci che trova tali carte) dell'archivio storico del Mis, ne riproponiamo la pubblicazione - articolata in una serie di appuntamenti -, ritenendola fonte di particolare interesse storico.
L'INTERVISTA
Onorevole Gallo, come e perchè nacque l'Indipendentismo ?
"Uno dei primi a riprendere la sua attività a Catania, nell'agosto del 1943, fu un famoso chirurgo: il Prof. Santi Rindone. Tre giorni dopo l'invasione alleata, vale a dire l'otto agosto 1943, Rindone aveva aperto la sua clinica in via Papale. E, cosa strana, quello stesso giorno si registrò un andirivieni di malati straordinario. Era il professore in persona che riceveva gli ospiti, tutti appartenente alla borghesia catanese. E quando qualche malato non gli garbava rispondeva: "Oggi non visito" . Veramente non erano malati. Erano tutti indipendentisti. Uomini noti al Prof. Rindone, con i quali, mesi prima, durante il fascismo, si era incontrato nella sua villa di San Giovanni La Punta, alle falde dell'Etna. L'antifascismo siciliano, questo purtroppo non è mai stato scritto, fu nella sua stragrande maggioranza indipendentismo. Se in Sicilia il fascismo non aveva incontrato molti entusiasmi, sin dal suo nascere, nel 1922, fu per una sola ragione: perchè il fascismo era stato considerato l'ultimo prodotto imposto dall'Italia alla Sicilia: l'ultima stupidità, che aveva lasciato dietro di sè una scia di sangue e di morti. Ora, quella mattina dell'otto agosto 1943, mentre da Catania transitavano file di carri armati dirette verso Messina, un gruppo di maggiorenti catanesi stava decidendo come fare in modo che il fascismo fosse, veramente, l'ultimo prodotto d'importazione dal Nord. La soluzione era pronta: l'indipendentismo. Indipendentisti erano quasi tutti i catanesi, aristocratici, borghesi e non. A quella riunione erano presenti tutti gli uomini più importanti della città: Carlo Ardizzone, primo sindaco di Catania, nominati dagli Alleati, che uscirà dal Movimento; l'avvocato Ulisse Galante, Franz e Guglielmo duchi di Carcaci, Romeo Perrotta, l'avvocato Nicolosi Tedeschi, Attilio Castrogiovanni, l'avvocato Vito Patti, il professore Cappellani, l'avvocato Gaglio, gli avvocati Giuseppe e Antonino Bruno, e molti, molti altri ancora. C'eravamo, naturalmente, io e mio padre e l'avvocato Gallo Poggi che sarebbe stato il sindaco di Catania degli anni Cinquanta, il sindaco che avrebbe rifiutato il teatro Massimo a Scelba. Io non so come gli altri siano arrivati all'indipendentismo. Nella mia famiglia lo si era sempre respirato con l'aria. I Savoia ci avevano rovinato. Un mio avo, luogotenente di Ferdinando di Borbone, era stato costretto, subito dopo l'arrivo in Sicilia di Garibaldi, a fuggire esule a Malta e la nuova amministrazione ne aveva approfittato per confiscargli tutti i beni, compreso Palazzo Gallo, che mio padre riscattò successivmente a rate. In me, poi, operava, più che negli altri, uno spirito di libertà che era indissolublmente connaturato con la mia esistenza. Io, per esempio, ho avuto il coraggio, da giovane, di infrangere una tradizione di famiglia secondo la quale ogni Gallo doveva fare il professionista, l'avvocato in particolare. Proprio per uno spirito di indipendenza, proprio per raggiungere un'immediata indipendenza economica mi iscrissi alle commerciali e divenni rappresentante. Da giovane contavo tra i miei amici degli aristocratici con spirito sportivo: il principe di Cerami, corridore automobilista, quel Giovanni Lavaggi, aviatore, che morì volando verso l'Etiopia con l'esploratore Franchetti e il ministro Luigi Razza. Per parte mia, io mi interessavo di boxe. Vincere una borsa significava avere il soldi per un'altra avventura, per un altro viaggio con gli amici senza doverli chiedere ai genitori. Commercializzavo anche i rapporti familiari. Una volta, ancora studente, scoprìi che mio padre, avvocato, passava cinquanta centesimi per ogni foglio dello studio battuto a macchina. Mi misi d'accordo con lui e le commissioni passarono a me. Fu questo senso di libertà che mi fece rifiutare il fascismo. Iin toto: nella sua ideologia e nelle sue mascherate. Finita la guerra, dei quarantaquattro milioni di italiani che avevano applaudito Mussolini nelle piazze non se ne trovò uno solo: tutti martiri del fascismo. Io non fui ne martire ne fascista. Racconto un episodio per dare la misura dei miei rapporti col fascismo. Attorno al 1934 avevo già una piccola azienda abbastanza avviata. Un giorno mi arrivò una cartolina che mi imponeva di presentarmi al gruppo rionale Armando Casalini, che si trovava in via Manzoni, di fronte all'attuale sede della Questura. Mi ricevette un caposezione e mi spiegò che con quella cartolina volevano diecimila lire. Disse: " Siccome dobbiamo rinnovare tutto il mobilio della sede, voi siete stato tassato per 10.000 lire". Con diecimila lire del '34 ci si poteva comperare una casa. Risposi: "Ma sa lei quanto ci vuole per guadagnare 10.000 lire ?". E lui: "Così è stato stabilito". Me ne andai. Arrivò una seconda cartolina. Poi una terza con scritto "Ultimo avviso". Questa volta mi volevano vederre a Palazzo dei Chierici; addrittura il federale. Il federale di Catania, a quel tempo, era Pietrangelo Mammano, un compagno di scuola di mio fratello, il maggiore. Andai a Palazzo dei Chierici e mi fecero sedere in una sala. A un certo punto arrivarono due militi armati di moschetto, mi si misero ai lati e così entrammo nell'ufficio del federale. Io dicevo tra me e me: "Ma che, sono scemi ' Ma dove mi devono portare, alla fucilazione?". Pietrangelo Mammano era seduto dietro a un grande tavolo: il gomito appoggiato sul tavolo; la mano destra a visiera. Entrando salutai: "Ciao, Pietro". Ma lui subito: " Questa cartolina è indirizzata a voi ?" Prima di rispondere domandai: "Ma scusa, Pietro, non ce ne sono sedie qui ?". E lui, alzando il tono della voce: "Ho detto, questa cartolina è indirizzata a voi ?". Risposi: " Si, quella cartolina e indirizzata a me" - "E alllora perchè non vi siete presentato ?". Dissi: " Perchè siccome c'è scritto ultimo avviso, pensavo che dopo questa cartolina non ne sarebbero più arrivate". "Fuori", fece lui. E mi sbatterono fuori. Poi mi deferirono alla commissione di disciplina, ma non venne preso alcun provvedimento perchè mio padre, avvocato civilista, fece rilevare che non potevano darmi alcuna sanzione per il semplice motivo che non essendo io un loro iscritto non potevo essere giudicato da nessuna commissione ".
(1 parte - Continua - "Memorie" di Concetto Gallo, da un'intervista di E.Magrì, 1974)
Che il M.I.S. è sorto ed ha sin qui svolto la sua attività politica allo scopo di assicurare alla Sicilia uno Stato Indipendente, capace di garantire al paese le condizioni indispensabili al suo civile progresso ed al benessere e di restituire al popolo siciliano la sua dignità e la prerogativa di darsi un governo che sia veramente interprete dei suoi bisogni e delle sue aspirazioni; Che l’aspirazione all’Indipendenza fu la sola spinta che determinò la partecipazione della Sicilia al movimento risorgimentale; Che lo Stato unitario, sorto dalla espansione piemontese, anziché aderire alle esigenze dei popoli degli ex Stati italiani, dipendenti dai loro precedenti storici, dalla loro economia e dalle loro condizioni di vita, ha agito e si è affermato in senso ad essi nettamente contrario; Che di conseguenza ne è nato un ordinamento inadatto a conciliare le esigenze e le aspettative comuni, e risultandone un congegno costituzionale che divenne docile strumento degli interessi del settentrione, a cui furono sistematicamente subordinati quelli siciliani; Che ogni popolo, secondo i postulati della democrazia, ha il diritto di opporsi a qualsiasi forma di sopraffazione e di scegliersi la forma di governo più confacente ai propri bisogni; Che i governi italiani, per contrastare le legittime aspettative che il popolo siciliano fondava sull’unione italiana, avvalendosi di un vizioso ordinamento statale, hanno impedito con ogni mezzo, la libera esplicazione di quelle forme spontanee e naturali che costituiscono per ogni popolo la spinta vitale all’esercizio dei suoi essenziali diritti;
Che il M.I.S., quale sicuro interprete dei bisogni del popolo siciliano, intende ridargli in un ordinamento confederale la libertà di cui ha bisogno senza intaccare il principio coesivo dei popoli italiani;
Che ogni comunità trova la sua ragione di essere ed il suo democratico sviluppo nell’effettivo e concreto equilibrio delle forze che lo compongono in funzione della loro formazione storica e non già nell’affermazione di una astratta idealità;
Che l’ordinamento più conforme al raggiungimento di tali postulati appare quello confederale;
Che uno Stato Indipendente di Sicilia, lungi dal minacciare le basi dell’unità italiana, ne garantisce una maggiore consistenza, efficacia e continuità perché in regime democratico, la piena vitalità di ogni specifico e definitivo gruppo etnico è fattore di forza e di prestigio all’intero organismo;
Che l’equilibrio dei gruppi etnici facilita l’auspicata realizzazione di un vasto organismo internazionale;
Che, posto il principio dell’indipendenza, è necessario definirne il contenuto positivo; Che le parziali concessioni, se possono accogliersi come soddisfazione di particolari rivendicazioni, non risolvono, nelle sue integrali esigenze, il problema siciliano né offrono alcuna garanzia di stabilità;
Il Congresso fissa i principi programmatici del M.I.S. nei seguenti: Lineamenti dell’ ordinamento costituzionale dello Stato Confederale Siciliano 1. La Sicilia sarà organizzata a Stato Indipendente, sovrano, democratico, antitotalitario. 2. Lo Stato Siciliano si confedererà con lo Stato o con gli Stati Italiani ed eventualmente con altri Stati Mediterranei ed Europei, affidando alla Confederazione poteri determinati che saranno stabiliti di accordo con gli Stati Confederati. La politica estera sarà di competenza della Confederazione, ma la Sicilia non si impegnerà in nessuna guerra o alleanza, senza una sua esplicita, libera adesione. 3. Allo Stato Siciliano sarà riservato ogni diritto sul sistema di arruolamento e di addestramento delle forze armate. Allo Stato Siciliano sarà riservato il diritto di provvedere eventualmente all’armamento dell’Isola, con le modalità che saranno stabilite caso per caso. 4. Il popolo Siciliano sarà chiamato a dichiarare le norme da adottare per l’esercizio del potere legislativo e del potere esecutivo. 5. Il Potere Giudiziario sarà esercitato da giudici nominati per pubblico concorso. La Suprema Corte Siciliana, allo scopo di garantire il rispetto della Costituzione, avrà anche il potere di dichiarare inefficaci le leggi e gli atti di governo incompatibili con le norme costituzionali. 6. Spetta esclusivamente allo Stato Siciliano: il diritto di imporre e di riscuotere nel suo territorio imposte, tasse e contributi sul reddito, sugli affari, sui traffici e sul patrimonio; di emettere prestiti pubblici e di determinare monopoli di Stato; di determinare la propria politica doganale e le relative tariffe; di determinare e regolare il sistema monetario e di emissione nel suo territorio. 7. La Costituzione garantirà ai cittadini il libero esercizio delle libertà civili e politiche. Il diritto di voto spetterà a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, che abbiano raggiunto il 18 anno di età. 8. La Costituzione garantirà a tutti i cittadini di età superiore ai 18 anni il diritto di conseguire una stabile occupazione, promuovendo le necessarie riforme nel campo dell’agricoltura, dell’industria, del commercio, del credito e della navigazione marittima ed aerea. Il lavoro dovrà essere retribuito in modo da garantire a tutti i lavoratori un dignitoso livello di vita. Allo scopo, lo Stato potrà disporre la esecuzione di piani per lo sviluppo della Economia Siciliana. 9. Sarà istituito un completo sistema di previdenza e di assistenza, amministrato pariteticamente da datori di lavoro e da prestatori d’opera, in modo da garantire a tutti, pensioni per la invalidità, e la vecchiaia, e l’assistenza gratuita nel caso di malattia. Una apposita legislazione provvederà al riguardo. 10. L’istruzione dei cittadini fino al sedicesimo anno di età sarà obbligatoria ed a carico dello Stato e degli Enti locali. 11. Le norme apportanti modifiche alla Costituzione dovranno essere approvate per referendum popolare. Qualora poi almeno 300.000 elettori lo richiedano, saranno proposte all’approvazione dell’intero Corpo Elettorale determinate norme legislative, sia ordinarie che costituzionali. 12. La Prima Carta Costituzionale dello Stato Siciliano dovrà essere approvata dalla maggioranza degli elettori. CATANIA- 15 FEBBRAIO 1947
E tre. Anche il Partito del Popolo Siciliano aderisce alla federazione indipendentista ed autonomista siciliana. Il PPS, riunitosi a Palermo, condividendo il progetto del MIS e dal MAE ha confermato la propria disponibilità all’intesa federativa, prevista tra l’altro nei propri principi statutari. Sia il presidente Domenico Corrao che il segretario Antonino Maisano hanno ribadito l’importanza di un vero progetto di rinascita per la Sicilia, che deve vedere uniti tutti i movimenti e partiti sicilianisti – indipendentisti, autonomisti e federalisti -, contro gli interessi di una casta politica italiana sempre più interessata a frantumare il movimento indipendentista ed autonomista affinché lo Statuto Speciale rimanga inapplicato. Il MIS, il MAE e il PPS intendono riaffermare il principio di autodeterminazione del Popolo Siciliano che può e deve essere raggiunto con l’unione federale dei tanti gruppi sicilianisti che già sin d’ora si invitano al dialogo e alla collaborazione. L’auspicio è che il sentimento siciliano e l’attaccamento alla nostra terra di Sicilia possa far nascere una forte federazione di soggetti politici siciliani che condividano un progetto politico unitario nel rispetto delle proprie diversità. Il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, il Movimento Agricolo Europeo e il Partito del Popolo Siciliano, ritengono che sia giunta l’ora per tutti di mettersi al servizio della Sicilia e a tutela degli interessi dei siciliani per una Sicilia libera ricca e forte.
ANTUDO
COMUNICATO CONGIUNTO MIS MAE e PPS Ufficio Stampa - 3358179082 misa.pd@alice.it
Sorelle e Fratelli Siciliani, siamo oggi tutti molto contrariati ed al contempo addolorati nel vedere questa nostra meravigliosa Regione in affanno, in grande difficoltà economica ed afflitta da rilevanti problematiche sociali. Troppo ingenerosi, ed a mio avviso anche interessati, sono i giudizi espressi dai nostri confratelli settentrionali che attribuiscono le ragioni dei nostri gravi disagi economici e sociali al carattere indolente e superficiale della gente meridionale. Inutile ribadire quanto ingiustificato sia questo disprezzo e quanto invece i Siciliani emigrati in tutte le parti del mondo, hanno saputo farsi apprezzare per la loro laboriosità, la loro intraprendenza ed intelligenza e per l’attaccamento ai più importanti valori civili della famiglia, della solidarietà e della convivenza pacifica con altre etnie. Ivi compresi quelli emigrati nelle regioni italiane del Nord, molti dei quali hanno rivestito e rivestono tutt’oggi incarichi di grande prestigio nella sanità, nella scuola, nelle pubbliche istituzioni ed in tutti gli apparati produttivi. Tuttavia non serve a nessuno sottacere ipocritamente che nella nostra terra i problemi sono tanti e pure molto gravi e rilevanti. Carenze infrastrutturali, politiche referenziali e clientelari, organizzazioni mafiose ecc. Eppure resto dell'idea, come credo la maggior parte dei Siciliani e dei Meridionali, che le caratteristiche intrinseche del nostro Popolo centrino poco o nulla in tutto questo, e che invece la causa dei nostri mali sia da ricercare nelle politiche ostili al meridione ed in particolare alla Sicilia, poste in essere, a partire dall'Unità d'Italia, prima dalle monarchie Sabaude, a noi praticamente sempre avverse, ivi compresa quella del periodo fascista, e poi dagli stessi governi repubblicani. Inutile ribadire a riguardo che la storia, la Nostra storia, quella cioè non falsificata, non occultata, mutilata o adattata alle esigenze di regime, insegna che invece il Popolo Siciliano, in epoca precedente all'Unità d'Italia, quando è stato governato da sovrani illuminati che ne hanno saputo e voluto interpretare i veri bisogni, ha dato grande prova di se, organizzandosi in una società laboriosa, ricca e molto evoluta in rapporto ai tempi ed alle altre nazioni europee, forte anche militarmente, nonché apprezzata e rispettata in tutto il mondo conosciuto. Quello che a mio avviso è essenziale chiarire, per cominciare, e che: il Nord produttivo, di cui tanto i nostri confratelli settentrionali si riempiono la bocca, ed il Sud degradato, viziato, e sottosviluppato, sono in realtà “DUE ASPETTI DELLA STESSA MEDAGLIA”. Con ciò volendo proprio significare che il Nord produttivo Italiano, non sarebbe mai esistito senza il depauperamento economico, culturale e morale del meridione Italiano. E questa “medaglia” si chiama proprio “UNITA’ D’ITALIA”. Per dimostrare questo teorema basti pensare, per cominciare, che le condizioni del Sud Italia, all’epoca dell’annessione del Regno delle Due Sicilie al Ducato Savoia, non erano così catastrofiche come i libri di storia “di sistema” vogliono farci credere. Ed anzi l’economia del Regno Borbonico, se non proprio fiorente, godeva di salute di gran lunga migliore di quella Piemontese e Lombarda. Pochi poi sanno che la quasi totalità delle risorse del nuovo regno d’Italia, che provenivano quasi esclusivamente dalla regioni meridionali e dalla Sicilia, (giacché i Piemontesi ed i Lombardi avevano solo debiti) costituite in massima parte dalle riserve auree trafugate al conquistato Regno delle Due Sicilie e successivamente occultate (vedasi a riguardo gli atti parlamentari dell’epoca) furono spese tutte quasi esclusivamente al Nord per la realizzazione delle infrastrutture viarie stradali e ferroviarie, per gli acquedotti, i porti e per tutte le altre opere di bonifica ed urbanizzazione del territorio che poi si rilevarono strategiche, fondamentali ed imprescindibili per i successivi grandi insediamenti industriali Piemontesi e Lombardi (costruiti quindi anche col sudore e col sangue dei nostri nonni e bisnonni). Stessa sorte ebbero, nei decenni successivi, le rimesse dei nostri emigrati negli USA e nelle altre parti del mondo. Insomma, altro che liberatori, i Savoia, per tutta la durata del loro regno si sono dimostrati nei confronti del Meridione, come i peggiori colonizzatori e depredatori che esso avesse mai conosciuto in tutta la sua storia. Sono storicamente testimoniati a riguardo i moti insurrezionali della popolazione già all’indomani dell’annessione della Sicilia al ducato dei Savoia: i Siciliani già si erano resi conto di essere stati truffati e quindi del clamoroso errore di non avere impedito convintamente il successo dei garibaldini. Così come sono note agli storici più onesti le conseguenti spietate e vergognose repressioni poste in essere dall’esercito piemontese, che fucilò barbaramente migliaia di civili inermi comprese donne, vecchi e giovani, e persino una bambina di appena nove anni, rea di simpatizzare per il movimento autonomista siciliano. Mai la Sicilia, prima dell’unità d’Italia, nella sua ultramillenaria storia, aveva dovuto vedere nemmeno uno dei propri figli, abbandonare la Patria per motivi di bisogno e di sopravvivenza. Eppure, grazie alla “liberazione” della Sicilia avvenuta ad opera dei nostri “eroi garibaldini”, la nostra terra ha dovuto registrare, più volte in meno di un secolo, veri e propri esodi di massa, con milioni e milioni di Siciliani che sono dovuti andar via, in cerca di fortuna, in varie parti del mondo, perché la loro terra era stata ridotta praticamente alla fame. Tutto ciò è asseverato e documentato da storici Siciliani e Meridionali di notevole rigore ed indiscussa competenza, mai sino ad oggi smentiti (cito, uno per tutti, il dottissimo Prof. Santi Correnti, docente, tra l’altro di Storia della Sicilia). Ma il calvario e lo stato di vera e propria “dominazione” della Sicilia e del Meridione non si limita a tutto il lunghissimo periodo del regno dei Savoia, ivi compreso il periodo fascista (in cui il Duce poco o nulla fece per migliorare le condizioni economiche e di vita dei meridionali), ma continua anche nell’era repubblicana, allorché la “riciclata” borghesia sabauda, con l’appoggio delle forze alleate (ricordo che la repubblica italiana si è formata alla fine della seconda guerra mondiale con la “benedizione” degli americani e degli inglesi), mise a capo delle istituzioni “repubblicane” meridionali e siciliane quegl’infidi ascari, che da all’ora ad oggi si sono tramandati il potere con criteri di “successione ereditaria” a vantaggio di figli naturali o “adottati”. Infidi ascari che tutt’oggi quindi ci ritroviamo seduti negli scranni parlamentari istituzionali nazionali e regionali, che del bene della Sicilia non hanno alcun interesse, ma che assolvono egregiamente ai propri ruoli di sudditi fedeli dello Stato colonizzatore italiano, e di aguzzini nei confronti dei propri fratelli (per chi non lo sapesse, gli “ascari” erano indigeni della Somalia e dell’Eritrea arruolati nell’esercito italiano all’epoca delle campagne d’Africa, per combattere contro la loro stessa patria e per uccidere i loro stessi fratelli). Oggi quindi la Sicilia, ed in genere il Meridione italiano tutto, vive in una illusoria libertà ed una fasulla democrazia. Ci dicono che il nostro voto è libero. Si, certo, libero, ma libero solo di scegliere nelle mani di quali “traditori” mettere la nostra Patria ed il nostro miserabile destino. Sto esagerando? Non credo. L’ultimo secolo e mezzo della dolorosa storia della nostra amata Isola è costellata infatti da infami tradimenti. Tradimenti e torti posti in essere ai danni del popolo Siciliano da indegni “uomini di Stato”. Tradimenti e torti che, per quanto riguarda l’epoca monarchica, ormai nessuno, nemmeno i nostri più accaniti detrattori, osa più negare: le depredazioni, le deportazioni, le feroci repressioni, le barbare fucilazioni. Sono tutti eventi nefasti inconfutabilmente documentati. Ma anche nell’epoca repubblicana, sia in quella più antica che in quella più recente, i tradimenti ed i torti nei confronti della Sicilia sono stati e sono tutt’ora GRAVISSIMI!!!. Ne volete qualche esempio? 1) Già all’indomani della costituzione della repubblica italiana, i nostri rappresentanti politici Siciliani non hanno mai mosso convintamente nemmeno un dito per difendere lo Statuto Speciale Siciliano conquistato col sangue dei nostri compatrioti dell’EVIS (Esercito Volontario Indipendentisti Siciliani) allorché lo Stato Italiano lo ha demolito, devastato e reso sterile ed innocuo, a colpi di sentenze della “Corte Costituzionale”. Ancora oggi i mass media italioti parlano del privilegio dei Siciliani di avere uno Statuto Speciale. Nessuno però dice che gli articoli più preziosi di quello Statuto, quelli cioè che avrebbero potuto conferire alla Sicilia un minimo di dignità di Nazione, di autonomia vera e quindi di emancipazione economica, politica, sociale e culturale, sono stati annullati o gravemente mutilati dalla Corte Costituzionale Italiana e/o dallo stesso parlamento italiano con leggi costituzionali. Ciò che è rimasto di questo nostro povero, martoriato e disprezzato Statuto, non lo rende più per nulla speciale, e lo assimila sostanzialmente (se non peggio) agli Statuti di tutte le altre regioni ordinarie. Anche questo, cari fratelli siciliani, può servire a dimostrare, qualora ce ne fosse bisogno, che lo Stato Italiano ci ha trattato e ci tratta come “gli odiati figliastri”. Ben diverso destino lo Stato ha riservato infatti ad altri Statuti Speciali, come quello dei “figli adorati” valdostani, ai quali viene riconosciuto lo sgravio delle accise sui carburanti (che vengono a costare meno della metà che nel resto d’Italia), una seconda lingua ufficiale (il francese, il cui insegnamento è reso persino obbligatorio nelle scuole), e tanti altri vantaggi autonomistici che i “figliastri siciliani” possono solo sognarsi. Stessa cosa dicasi per gli altri “figli prediletti” delle altre regioni e province autonome settentrionali, che godono di ben altra dignità e ben altri riconoscimenti.
2) I mass media “italioti” continuano a mortificarci ed umiliarci, pubblicizzando strumentalmente, tra l’altro, una falsa informazione, secondo cui la Sicilia, avrebbe un pesantissimo deficit strutturale, che verrebbe sistematicamente colmato con i trasferimenti statali. Quindi, a loro dire, senza lo Stato Italiano la Sicilia non potrebbe sopravvivere. Ebbene cari fratelli Siciliani, non c’è NIENTE DI PIU’ FALSO. Secondo i dati ISTAT i Siciliani verserebbero all’erario pubblico circa 40 miliardi di euro l’anno (accise escluse che ammontano a circa 9 miliardi). Mentre riceverebbero da quest’ultimo circa 53 miliardi di euro all’anno, con un disavanzo quindi di 13 miliardi di euro. Ora, anche ammesso che le vere cifre fossero queste, la situazione indicherebbe semplicemente una certa “sofferenza”, ma di certo non giustificherebbe la descrizione da “morti di fame” che ostinatamente vogliono fare di Noi gli “italioti”. I Siciliani sarebbero infatti già autosufficienti per oltre il 75% del loro fabbisogno. Basterebbe quindi fare una maggiore ottimizzazione delle spese e delle entrate fiscali (cosa che senza l’oppressione italiota risulterebbe peraltro estremamente più semplice), per eliminare completamente il deficit strutturale. Ma il bello, cari fratelli Siciliani, è che le cifre VERE non sono sicuramente queste: nei citati 40 miliardi di versamento all’erario pubblico della Sicilia NON sono compresi infatti tutti i gettiti fiscali relativi alle grandi imprese nazionali e multinazionali che operano in Sicilia ma che hanno sede legale in altre parti del territorio italiano e che, in violazione dell’art. 37 dello Statuto Siciliano (di cui l’Italia si è fatta sempre e sistematicamente beffa), versano i tributi direttamente allo Stato Italiano anche per la quota parte di volume d’affari realizzato in Sicilia (ENI, ERG, Q8, ENEL, TELECOM, FIAT, WIND, VODAFON, ALITALIA, TIRRENIA, FERROVIE DELLO STATO, ecc. ecc. ecc. ecc.). Tributi quindi che, seppure indirettamente, sono versati dai siciliani. Basterebbe quindi fare qualche semplice verifica presso l’Agenzia delle Entrate per constatare che non solo la Sicilia non ha alcun sostanziale deficit finanziario strutturale, ma che addirittura versa allo Stato molto più di quanto riceva da questo in termini di servizi e di trasferimenti. Che dire poi dei circa nove miliardi di euro di accise che i Siciliani versano allo Stato Italiano? Come li vogliamo chiamare quelli, “tassa dei sudditi Siciliani ai loro sovrani”?
3) Ogni giorno assistiamo al continuo “saccheggio” che il ministro Tremonti ed il Sig. Berlusconi, fanno di tutte le risorse destinate al Sud ed alla Sicilia. Badate, non di quelle risorse assegnate in via straordinaria dallo Stato Italiano, di cui, ormai da alcuni decenni non si vede più l’ombra di un centesimo, ma di buona parte di quelle ordinarie e soprattutto di quelle stanziate dalla Comunità Europea per le aree sottosviluppate. Vi siete chiesti che fine hanno fatto i fondi FAS (di cui alla sola Sicilia spetterebbero circa 15 miliardi di euro)?? Ve lo dico io: in parte sono state assegnate all’expo di Milano, in parte all’Alitalia ed in parte destinate a fare risparmiare l’Ici agli italiani più ricchi.
4) E che fine hanno fatto poi i fondi stanziati dall’ANAS per la manutenzione delle nostre dissestatissime e pericolosissime strade regionali?? Ebbene, anche di quelli i Signori Berlusconi e Tremonti hanno avuto bisogno….La Sicilia può aspettare. Prima l’interesse dei “sovrani”, poi quella dei sudditi!!!.
5) E che dire dei tagli che intendono fare le ferrovie dello Stato sui servizi erogati alla Regione Siciliana. Forse perché tali servizi sono realmente quelli meno produttivi? Macché!!! Le ferrovie tagliano in Sicilia semplicemente perché qui pensano di avere vita più facile: con l’appoggio dei nostri politici locali, è più facile infatti fare ingoiare la pillola amara dei tagli ai Siciliani piuttosto che agli abitanti di altre regioni. Perché da noi, sempre con l’aiuto degli ascari politici siciliani, le FS possono permettersi il lusso di ricevere fondi dalla Regione per l’acquisto di locomotori, treni e materiale rotabile, in cambio di “generosi disservizi”. Ricordo che mi colpì la scritta che durante un recente viaggio ho visto su un locomotore: “mezzo acquistato con il contributo della Regione Siciliana”. E bravi i nostri lungimiranti politici ascari Siciliani!!! Diamoli pure i soldi dei Siciliani anche alle Ferrovie dello Stato, così che loro, in cambio, ci possano eliminare quel tran tran di treni merci che tanto fastidio danno alla nostra “tranquillita”!! E non facciamo sempre i “soliti terrun” lamentandoci e polemizzando su tutto!!! E che diamine!
6) E della “geniale” legge proposta dalla Lega sulle quote latte cosa ne pensate? Cosa ne pensate di quella “evolutissima” legge che, a titolo di “premio” attribuisce ulteriori quote di produzione ottenute dalla Comunità Europea ai propri amici disonesti allevatori settentrionali che si sono resi responsabili delle sanzioni applicate all’Italia per gli eccessi di produzione lattiera?. E’ proprio il caso di premiarli, non siete d’accordo? Cosa centra questo con la Sicilia? Centra, centra: perché infatti non sono state attribuite queste quote latte aggiuntive alle onestissime e pregiatissime aziende lattiere siciliane (Zappalà o Sole per fare un esempio), dal momento che la Sicilia, paradossalmente, ha un pesantissimo deficit di produzione lattiera e casearia ed è costretta ad importare dalla cosiddetta “padania” circa il 50 % del proprio consumo interno???
7) Un altro regalo che lo Stato ci ha generosamente riservato è il costo dell’energia. Nonostante infatti in Sicilia venga estratto, “a sbafo”, circa il 10 % del petrolio consumato in Italia, nonostante in Sicilia venga raffinato circa il 60% della quantità di petrolio corrispondente al fabbisogno italiano, nonostante le centrali elettriche siciliane producano circa il 100% di energia elettrica in più rispetto ai propri fabbisogni interni, i Siciliani devono pagare l’energia elettrica circa il 20 % in più di quanto la pagano il resto degli italiani.
8) Cosa ne pensate ancora del provvedimento del Ministro dell’agricoltura Zaia, che, per aiutare le aziende del consorzio Grana Padano (o Parmigiano Reggiano, non ricordo bene, ma la sostanza non cambia), ha impegnato una importante somma per l’acquisto di una forte quantità di prodotto da destinare alle opere di beneficienza. No, no, per carità, non contesto certo lo spirito di solidarietà dell’iniziativa nei confronti dei destinatari dei prodotti acquistati, ma non posso fare a meno di chiedermi: perché il ministro, se davvero fosse stato un ministro imparziale che non odiasse profondamente i meridionali, non ha optato per acquistare prodotti di aziende meridionali o siciliane, magari…che so…le provole ragusane? Forse perché le nostre aziende godono di maggiore salute dei suoi prediletti “consorzi” settentrionali?
E questi sono solo alcuni degli esempi, benché piuttosto emblematici, di come si concretizza l’odio e la strafottenza italiana nei confronti della Sicilia. Tutto questo non deve quindi sorprendervi cari fratelli e sorelle siciliane. Tutto questo non è l’eccezione, ma la regola. Tutto questo è, ed è sempre stato così. Se volete avere contezza di quanto lo Stato Italiano ci odi profondamente e quanto ci consideri “pezzenti”, basta ascoltare i lavori del parlamento nazionale, da cui trasuda, quotidianamente, un pesantissimo clima di antimeridionalità, e dove è facile convincersi che tutte le politiche italiane sono totalmente votate al benessere del Nord ed all’assoluto disinteresse e menefreghismo per il Sud. Tutto questo deve farci quindi prendere atto che l’appartenenza all’Italia, per noi Siciliani rappresenta una vera sciagura, altro che ancora di salvezza. La Sicilia, libera dalla gravissima oppressione italoide, ritroverebbe ben presto il proprio vigore, e ritornerebbe ad essere una Nazione ricca e rispettata in tutto il mondo, come lo fu nella sua gloriosa storia. Chiedo quindi a voi tutti fratelli e sorelle siciliane, di unire le nostre forze e di organizzarci per indire un referendum con il quale chiedere alla nostra gente di dichiarare formalmente la propria volontà di vivere in una terra indipendente e libera. di ANTONINO MACULA