martedì 11 agosto 2009

"Memorie" di Concetto Gallo, secondo Turri, successore di Canepa:prima parte

Prima parte dell'interessante contributo gentilmente concesso da Santo Trovato.


Storia del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia, raccontata dal comandante dell'EVIS, secondo Turri, successore di Canepa, in una intervista poco nota del 1974.

(Intervista di E.Magri, 1974 - Riproposta nel 2009 sul settimanale "Gazzettino di Giarre" dal Prof. Salvatore Musumeci")
Un breve prologo del Prof. Salvatore Musumeci, Presidente Nazionale del Mis

Oltre sessant'anni fa la Sicilia combattè la sua guerra di indipendenza contro l'Italia; una guerra della quale oramai sono pochi a ricordare i particolari: una vera e propria guerra con eserciti schierati in campo che culminò nella battaglia campale il 29 dicembre 1945, a Monte San Mauro nei pressi di Caltagirone, tra l'esercito italiano comprendente cinquemila uomini e l'Evis, l'esercito dei volontari per l'indipendeza della Sicilia al comando di Concetto Gallo.
Pur appartenendo alla nostra storia più recente, si può dire alla cronaca, la vicenda dell'indipendentismo siciliano, che ebbe i suoi morti, è una delle pagine più oscure della vita siciliana e italiana. Forse perchè i suoi protagonisti si chiusero in uno sdegnato silenzio, lasciando a storici e saggisti il compito di interpretare gli avveimenti.
Il risultato, però, continua ad essere tutta una serie di nuovi interrogativi: come nacque, realmente, l'indipendentismo ? Dietro gli indipendentisti siciliani c'erano poi gli americani che volevano fare della Sicilia la "quarantanovesima stella" ?
E ancora: che influenza ebbe la mafia sulle vicende dell'indipendentismo ? E Salvatore Giuliano ? Il bandito che ruolo giocò nell'esercito siciliano ? E, infine, era vero che i Savoia avrebbero voluto fare della Sicilia la loro testa di ponte per riconquistare l'Italia dopo il referendum del 1946 ?
Per quasi trent'anni queste domande sono state poste a Concetto Gallo, il comandante dell'Evis, uno dei principali protagonisti dell'indipendentismo, enza avere mai una risposta. Poi all'età di 61 anni, esattamente nel 1974, l'ex deputato della Costituente e all'Assemblea siciliana, decise, anche per merito del Prof. Giuseppe Sambataro, di raccontare per l'europeo, in un'intervista a Enzo Magrì, la storia di quei tragici avvenimenti cominciando dalla nscita dell'indipendentismo per finire alla battaglia di Piano della Fiera che segnò la fine del suo esercito.
Più che un'intervista - dalla prima domanda -, Magrì raccolse un vero e proprio "Memoriale", anzi un Dossier" di pregiato valore documentale. Avendone trovata la minuta tra le carte ingiallite dal tempo, (n.d.r.: è il Prof. Salvatore Musumeci che trova tali carte) dell'archivio storico del Mis, ne riproponiamo la pubblicazione - articolata in una serie di appuntamenti -, ritenendola fonte di particolare interesse storico.

L'INTERVISTA

Onorevole Gallo, come e perchè nacque l'Indipendentismo ?

"Uno dei primi a riprendere la sua attività a Catania, nell'agosto del 1943, fu un famoso chirurgo: il Prof. Santi Rindone. Tre giorni dopo l'invasione alleata, vale a dire l'otto agosto 1943, Rindone aveva aperto la sua clinica in via Papale. E, cosa strana, quello stesso giorno si registrò un andirivieni di malati straordinario.
Era il professore in persona che riceveva gli ospiti, tutti appartenente alla borghesia catanese. E quando qualche malato non gli garbava rispondeva: "Oggi non visito" . Veramente non erano malati. Erano tutti indipendentisti. Uomini noti al Prof. Rindone, con i quali, mesi prima, durante il fascismo, si era incontrato nella sua villa di San Giovanni La Punta, alle falde dell'Etna.
L'antifascismo siciliano, questo purtroppo non è mai stato scritto, fu nella sua stragrande maggioranza indipendentismo. Se in Sicilia il fascismo non aveva incontrato molti entusiasmi, sin dal suo nascere, nel 1922, fu per una sola ragione: perchè il fascismo era stato considerato l'ultimo prodotto imposto dall'Italia alla Sicilia: l'ultima stupidità, che aveva lasciato dietro di sè una scia di sangue e di morti. Ora, quella mattina dell'otto agosto 1943, mentre da Catania transitavano file di carri armati dirette verso Messina, un gruppo di maggiorenti catanesi stava decidendo come fare in modo che il fascismo fosse, veramente, l'ultimo prodotto d'importazione dal Nord.
La soluzione era pronta: l'indipendentismo. Indipendentisti erano quasi tutti i catanesi, aristocratici, borghesi e non. A quella riunione erano presenti tutti gli uomini più importanti della città: Carlo Ardizzone, primo sindaco di Catania, nominati dagli Alleati, che uscirà dal Movimento; l'avvocato Ulisse Galante, Franz e Guglielmo duchi di Carcaci, Romeo Perrotta, l'avvocato Nicolosi Tedeschi, Attilio Castrogiovanni, l'avvocato Vito Patti, il professore Cappellani, l'avvocato Gaglio, gli avvocati Giuseppe e Antonino Bruno, e molti, molti altri ancora.
C'eravamo, naturalmente, io e mio padre e l'avvocato Gallo Poggi che sarebbe stato il sindaco di Catania degli anni Cinquanta, il sindaco che avrebbe rifiutato il teatro Massimo a Scelba.
Io non so come gli altri siano arrivati all'indipendentismo. Nella mia famiglia lo si era sempre respirato con l'aria. I Savoia ci avevano rovinato. Un mio avo, luogotenente di Ferdinando di Borbone, era stato costretto, subito dopo l'arrivo in Sicilia di Garibaldi, a fuggire esule a Malta e la nuova amministrazione ne aveva approfittato per confiscargli tutti i beni, compreso Palazzo Gallo, che mio padre riscattò successivmente a rate.
In me, poi, operava, più che negli altri, uno spirito di libertà che era indissolublmente connaturato con la mia esistenza. Io, per esempio, ho avuto il coraggio, da giovane, di infrangere una tradizione di famiglia secondo la quale ogni Gallo doveva fare il professionista, l'avvocato in particolare. Proprio per uno spirito di indipendenza, proprio per raggiungere un'immediata indipendenza economica mi iscrissi alle commerciali e divenni rappresentante.
Da giovane contavo tra i miei amici degli aristocratici con spirito sportivo: il principe di Cerami, corridore automobilista, quel Giovanni Lavaggi, aviatore, che morì volando verso l'Etiopia con l'esploratore Franchetti e il ministro Luigi Razza. Per parte mia, io mi interessavo di boxe. Vincere una borsa significava avere il soldi per un'altra avventura, per un altro viaggio con gli amici senza doverli chiedere ai genitori. Commercializzavo anche i rapporti familiari. Una volta, ancora studente, scoprìi che mio padre, avvocato, passava cinquanta centesimi per ogni foglio dello studio battuto a macchina. Mi misi d'accordo con lui e le commissioni passarono a me.
Fu questo senso di libertà che mi fece rifiutare il fascismo. Iin toto: nella sua ideologia e nelle sue mascherate.
Finita la guerra, dei quarantaquattro milioni di italiani che avevano applaudito Mussolini nelle piazze non se ne trovò uno solo: tutti martiri del fascismo.
Io non fui ne martire ne fascista. Racconto un episodio per dare la misura dei miei rapporti col fascismo. Attorno al 1934 avevo già una piccola azienda abbastanza avviata. Un giorno mi arrivò una cartolina che mi imponeva di presentarmi al gruppo rionale Armando Casalini, che si trovava in via Manzoni, di fronte all'attuale sede della Questura. Mi ricevette un caposezione e mi spiegò che con quella cartolina volevano diecimila lire.
Disse: " Siccome dobbiamo rinnovare tutto il mobilio della sede, voi siete stato tassato per 10.000 lire". Con diecimila lire del '34 ci si poteva comperare una casa. Risposi: "Ma sa lei quanto ci vuole per guadagnare 10.000 lire ?". E lui: "Così è stato stabilito". Me ne andai. Arrivò una seconda cartolina. Poi una terza con scritto "Ultimo avviso". Questa volta mi volevano vederre a Palazzo dei Chierici; addrittura il federale.
Il federale di Catania, a quel tempo, era Pietrangelo Mammano, un compagno di scuola di mio fratello, il maggiore. Andai a Palazzo dei Chierici e mi fecero sedere in una sala. A un certo punto arrivarono due militi armati di moschetto, mi si misero ai lati e così entrammo nell'ufficio del federale. Io dicevo tra me e me: "Ma che, sono scemi ' Ma dove mi devono portare, alla fucilazione?". Pietrangelo Mammano era seduto dietro a un grande tavolo: il gomito appoggiato sul tavolo; la mano destra a visiera.
Entrando salutai: "Ciao, Pietro". Ma lui subito: " Questa cartolina è indirizzata a voi ?" Prima di rispondere domandai: "Ma scusa, Pietro, non ce ne sono sedie qui ?". E lui, alzando il tono della voce: "Ho detto, questa cartolina è indirizzata a voi ?". Risposi: " Si, quella cartolina e indirizzata a me" - "E alllora perchè non vi siete presentato ?". Dissi: " Perchè siccome c'è scritto ultimo avviso, pensavo che dopo questa cartolina non ne sarebbero più arrivate".
"Fuori", fece lui. E mi sbatterono fuori. Poi mi deferirono alla commissione di disciplina, ma non venne preso alcun provvedimento perchè mio padre, avvocato civilista, fece rilevare che non potevano darmi alcuna sanzione per il semplice motivo che non essendo io un loro iscritto non potevo essere giudicato da nessuna commissione ".

(1 parte - Continua - "Memorie" di Concetto Gallo, da un'intervista di E.Magrì, 1974)

domenica 9 agosto 2009

Carta dell'Indipendenza Siciliana


Carta della Indipendenza siciliana
Premesso:
Che il M.I.S. è sorto ed ha sin qui svolto la sua attività politica allo scopo di assicurare alla Sicilia
uno Stato Indipendente, capace di garantire al paese le condizioni indispensabili al suo civile progresso
ed al benessere e di restituire al popolo siciliano la sua dignità e la prerogativa di darsi un governo che
sia veramente interprete dei suoi bisogni e delle sue aspirazioni;
Che l’aspirazione all’Indipendenza fu la sola spinta che determinò la partecipazione della Sicilia
al movimento risorgimentale;
Che lo Stato unitario, sorto dalla espansione piemontese, anziché aderire alle esigenze dei popoli
degli ex Stati italiani, dipendenti dai loro precedenti storici, dalla loro economia e dalle loro condizioni di vita, ha agito e si è affermato in senso ad essi nettamente contrario;
Che di conseguenza ne è nato un ordinamento inadatto a conciliare le esigenze e le aspettative
comuni, e risultandone un congegno costituzionale che divenne docile strumento degli interessi del settentrione, a cui furono sistematicamente subordinati quelli siciliani;
Che ogni popolo, secondo i postulati della democrazia, ha il diritto di opporsi a qualsiasi forma
di sopraffazione e di scegliersi la forma di governo più confacente ai propri bisogni;
Che i governi italiani, per contrastare le legittime aspettative che il popolo siciliano fondava
sull’unione italiana, avvalendosi di un vizioso ordinamento statale, hanno impedito con ogni mezzo, la libera esplicazione di quelle forme spontanee e naturali che costituiscono per ogni popolo la spinta vitale all’esercizio dei suoi essenziali diritti;

Che il M.I.S., quale sicuro interprete dei bisogni del popolo siciliano, intende ridargli in un
ordinamento confederale la libertà di cui ha bisogno senza intaccare il principio coesivo dei popoli italiani;

Che ogni comunità trova la sua ragione di essere ed il suo democratico sviluppo nell’effettivo e
concreto equilibrio delle forze che lo compongono in funzione della loro formazione storica e non già nell’affermazione di una astratta idealità;

Che l’ordinamento più conforme al raggiungimento di tali postulati appare quello confederale;

Che uno Stato Indipendente di Sicilia, lungi dal minacciare le basi dell’unità italiana, ne garantisce
una maggiore consistenza, efficacia e continuità perché in regime democratico, la piena vitalità di ogni specifico e definitivo gruppo etnico è fattore di forza e di prestigio all’intero organismo;

Che l’equilibrio dei gruppi etnici facilita l’auspicata realizzazione di un vasto organismo
internazionale;

Che, posto il principio dell’indipendenza, è necessario definirne il contenuto positivo;
Che le parziali concessioni, se possono accogliersi come soddisfazione di particolari
rivendicazioni, non risolvono, nelle sue integrali esigenze, il problema siciliano né offrono alcuna
garanzia di stabilità;

Il Congresso fissa i principi programmatici del M.I.S. nei seguenti:
Lineamenti dell’ ordinamento costituzionale
dello Stato Confederale Siciliano
1. La Sicilia sarà organizzata a Stato Indipendente, sovrano, democratico, antitotalitario.
2. Lo Stato Siciliano si confedererà con lo Stato o con gli Stati Italiani ed eventualmente con altri
Stati Mediterranei ed Europei, affidando alla Confederazione poteri determinati che saranno
stabiliti di accordo con gli Stati Confederati. La politica estera sarà di competenza della
Confederazione, ma la Sicilia non si impegnerà in nessuna guerra o alleanza, senza una sua esplicita, libera adesione.
3. Allo Stato Siciliano sarà riservato ogni diritto sul sistema di arruolamento e di addestramento
delle forze armate. Allo Stato Siciliano sarà riservato il diritto di provvedere eventualmente
all’armamento dell’Isola, con le modalità che saranno stabilite caso per caso.
4. Il popolo Siciliano sarà chiamato a dichiarare le norme da adottare per l’esercizio del potere
legislativo e del potere esecutivo.
5. Il Potere Giudiziario sarà esercitato da giudici nominati per pubblico concorso. La Suprema
Corte Siciliana, allo scopo di garantire il rispetto della Costituzione, avrà anche il potere di
dichiarare inefficaci le leggi e gli atti di governo incompatibili con le norme costituzionali.
6. Spetta esclusivamente allo Stato Siciliano: il diritto di imporre e di riscuotere nel suo territorio
imposte, tasse e contributi sul reddito, sugli affari, sui traffici e sul patrimonio; di emettere
prestiti pubblici e di determinare monopoli di Stato; di determinare la propria politica doganale
e le relative tariffe; di determinare e regolare il sistema monetario e di emissione nel suo
territorio.
7. La Costituzione garantirà ai cittadini il libero esercizio delle libertà civili e politiche. Il diritto di
voto spetterà a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, che abbiano raggiunto il 18 anno di
età.
8. La Costituzione garantirà a tutti i cittadini di età superiore ai 18 anni il diritto di conseguire una stabile occupazione, promuovendo le necessarie riforme nel campo dell’agricoltura,
dell’industria, del commercio, del credito e della navigazione marittima ed aerea. Il lavoro dovrà
essere retribuito in modo da garantire a tutti i lavoratori un dignitoso livello di vita. Allo scopo,
lo Stato potrà disporre la esecuzione di piani per lo sviluppo della Economia Siciliana.
9. Sarà istituito un completo sistema di previdenza e di assistenza, amministrato pariteticamente da datori di lavoro e da prestatori d’opera, in modo da garantire a tutti, pensioni per la invalidità, e la vecchiaia, e l’assistenza gratuita nel caso di malattia. Una apposita legislazione provvederà al
riguardo.
10. L’istruzione dei cittadini fino al sedicesimo anno di età sarà obbligatoria ed a carico dello Stato e degli Enti locali.
11. Le norme apportanti modifiche alla Costituzione dovranno essere approvate per referendum
popolare. Qualora poi almeno 300.000 elettori lo richiedano, saranno proposte all’approvazione
dell’intero Corpo Elettorale determinate norme legislative, sia ordinarie che costituzionali.
12. La Prima Carta Costituzionale dello Stato Siciliano dovrà essere approvata dalla maggioranza
degli elettori.
CATANIA- 15 FEBBRAIO 1947

venerdì 7 agosto 2009

COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO : Anche il Partito del Popolo Siciliano aderisce alla federazione indipendentista ed autonomista siciliana. Il PPS

E tre. Anche il Partito del Popolo Siciliano aderisce alla federazione indipendentista ed autonomista siciliana.
Il PPS, riunitosi a Palermo, condividendo il progetto del MIS e dal MAE ha confermato la propria disponibilità all’intesa federativa, prevista tra l’altro nei propri principi statutari. Sia il presidente Domenico Corrao che il segretario Antonino Maisano hanno ribadito l’importanza di un vero progetto di rinascita per la Sicilia, che deve vedere uniti tutti i movimenti e partiti sicilianisti – indipendentisti, autonomisti e federalisti -, contro gli interessi di una casta politica italiana sempre più interessata a frantumare il movimento indipendentista ed autonomista affinché lo Statuto Speciale rimanga inapplicato.
Il MIS, il MAE e il PPS intendono riaffermare il principio di autodeterminazione del Popolo Siciliano che può e deve essere raggiunto con l’unione federale dei tanti gruppi sicilianisti che già sin d’ora si invitano al dialogo e alla collaborazione.
L’auspicio è che il sentimento siciliano e l’attaccamento alla nostra terra di Sicilia possa far nascere una forte federazione di soggetti politici siciliani che condividano un progetto politico unitario nel rispetto delle proprie diversità.
Il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, il Movimento Agricolo Europeo e il Partito del Popolo Siciliano, ritengono che sia giunta l’ora per tutti di mettersi al servizio della Sicilia e a tutela degli interessi dei siciliani per una Sicilia libera ricca e forte.

ANTUDO

COMUNICATO CONGIUNTO MIS MAE e PPS
Ufficio Stampa - 3358179082
misa.pd@alice.it

giovedì 6 agosto 2009

Sorelle e Fratelli Siciliani- lettera aperta di Antonino Macula per l'indizione di un referendum atto a rendere la Sicilia indipendente e Sovrana


Sorelle e Fratelli Siciliani, siamo oggi tutti molto contrariati ed al contempo addolorati nel vedere questa nostra meravigliosa Regione in affanno, in grande difficoltà economica ed afflitta da rilevanti problematiche sociali.
Troppo ingenerosi, ed a mio avviso anche interessati, sono i giudizi espressi dai nostri confratelli settentrionali che attribuiscono le ragioni dei nostri gravi disagi economici e sociali al carattere indolente e superficiale della gente meridionale. Inutile ribadire quanto ingiustificato sia questo disprezzo e quanto invece i Siciliani emigrati in tutte le parti del mondo, hanno saputo farsi apprezzare per la loro laboriosità, la loro intraprendenza ed intelligenza e per l’attaccamento ai più importanti valori civili della famiglia, della solidarietà e della convivenza pacifica con altre etnie. Ivi compresi quelli emigrati nelle regioni italiane del Nord, molti dei quali hanno rivestito e rivestono tutt’oggi incarichi di grande prestigio nella sanità, nella scuola, nelle pubbliche istituzioni ed in tutti gli apparati produttivi.
Tuttavia non serve a nessuno sottacere ipocritamente che nella nostra terra i problemi sono tanti e pure molto gravi e rilevanti. Carenze infrastrutturali, politiche referenziali e clientelari, organizzazioni mafiose ecc.
Eppure resto dell'idea, come credo la maggior parte dei Siciliani e dei Meridionali, che le caratteristiche intrinseche del nostro Popolo centrino poco o nulla in tutto questo, e che invece la causa dei nostri mali sia da ricercare nelle politiche ostili al meridione ed in particolare alla Sicilia, poste in essere, a partire dall'Unità d'Italia, prima dalle monarchie Sabaude, a noi praticamente sempre avverse, ivi compresa quella del periodo fascista, e poi dagli stessi governi repubblicani. Inutile ribadire a riguardo che la storia, la Nostra storia, quella cioè non falsificata, non occultata, mutilata o adattata alle esigenze di regime, insegna che invece il Popolo Siciliano, in epoca precedente all'Unità d'Italia, quando è stato governato da sovrani illuminati che ne hanno saputo e voluto interpretare i veri bisogni, ha dato grande prova di se, organizzandosi in una società laboriosa, ricca e molto evoluta in rapporto ai tempi ed alle altre nazioni europee, forte anche militarmente, nonché apprezzata e rispettata in tutto il mondo conosciuto.
Quello che a mio avviso è essenziale chiarire, per cominciare, e che: il Nord produttivo, di cui tanto i nostri confratelli settentrionali si riempiono la bocca, ed il Sud degradato, viziato, e sottosviluppato, sono in realtà “DUE ASPETTI DELLA STESSA MEDAGLIA”. Con ciò volendo proprio significare che il Nord produttivo Italiano, non sarebbe mai esistito senza il depauperamento economico, culturale e morale del meridione Italiano. E questa “medaglia” si chiama proprio “UNITA’ D’ITALIA”.
Per dimostrare questo teorema basti pensare, per cominciare, che le condizioni del Sud Italia, all’epoca dell’annessione del Regno delle Due Sicilie al Ducato Savoia, non erano così catastrofiche come i libri di storia “di sistema” vogliono farci credere. Ed anzi l’economia del Regno Borbonico, se non proprio fiorente, godeva di salute di gran lunga migliore di quella Piemontese e Lombarda.
Pochi poi sanno che la quasi totalità delle risorse del nuovo regno d’Italia, che provenivano quasi esclusivamente dalla regioni meridionali e dalla Sicilia, (giacché i Piemontesi ed i Lombardi avevano solo debiti) costituite in massima parte dalle riserve auree trafugate al conquistato Regno delle Due Sicilie e successivamente occultate (vedasi a riguardo gli atti parlamentari dell’epoca) furono spese tutte quasi esclusivamente al Nord per la realizzazione delle infrastrutture viarie stradali e ferroviarie, per gli acquedotti, i porti e per tutte le altre opere di bonifica ed urbanizzazione del territorio che poi si rilevarono strategiche, fondamentali ed imprescindibili per i successivi grandi insediamenti industriali Piemontesi e Lombardi (costruiti quindi anche col sudore e col sangue dei nostri nonni e bisnonni). Stessa sorte ebbero, nei decenni successivi, le rimesse dei nostri emigrati negli USA e nelle altre parti del mondo. Insomma, altro che liberatori, i Savoia, per tutta la durata del loro regno si sono dimostrati nei confronti del Meridione, come i peggiori colonizzatori e depredatori che esso avesse mai conosciuto in tutta la sua storia.
Sono storicamente testimoniati a riguardo i moti insurrezionali della popolazione già all’indomani dell’annessione della Sicilia al ducato dei Savoia: i Siciliani già si erano resi conto di essere stati truffati e quindi del clamoroso errore di non avere impedito convintamente il successo dei garibaldini. Così come sono note agli storici più onesti le conseguenti spietate e vergognose repressioni poste in essere dall’esercito piemontese, che fucilò barbaramente migliaia di civili inermi comprese donne, vecchi e giovani, e persino una bambina di appena nove anni, rea di simpatizzare per il movimento autonomista siciliano.
Mai la Sicilia, prima dell’unità d’Italia, nella sua ultramillenaria storia, aveva dovuto vedere nemmeno uno dei propri figli, abbandonare la Patria per motivi di bisogno e di sopravvivenza. Eppure, grazie alla “liberazione” della Sicilia avvenuta ad opera dei nostri “eroi garibaldini”, la nostra terra ha dovuto registrare, più volte in meno di un secolo, veri e propri esodi di massa, con milioni e milioni di Siciliani che sono dovuti andar via, in cerca di fortuna, in varie parti del mondo, perché la loro terra era stata ridotta praticamente alla fame.
Tutto ciò è asseverato e documentato da storici Siciliani e Meridionali di notevole rigore ed indiscussa competenza, mai sino ad oggi smentiti (cito, uno per tutti, il dottissimo Prof. Santi Correnti, docente, tra l’altro di Storia della Sicilia).
Ma il calvario e lo stato di vera e propria “dominazione” della Sicilia e del Meridione non si limita a tutto il lunghissimo periodo del regno dei Savoia, ivi compreso il periodo fascista (in cui il Duce poco o nulla fece per migliorare le condizioni economiche e di vita dei meridionali), ma continua anche nell’era repubblicana, allorché la “riciclata” borghesia sabauda, con l’appoggio delle forze alleate (ricordo che la repubblica italiana si è formata alla fine della seconda guerra mondiale con la “benedizione” degli americani e degli inglesi), mise a capo delle istituzioni “repubblicane” meridionali e siciliane quegl’infidi ascari, che da all’ora ad oggi si sono tramandati il potere con criteri di “successione ereditaria” a vantaggio di figli naturali o “adottati”. Infidi ascari che tutt’oggi quindi ci ritroviamo seduti negli scranni parlamentari istituzionali nazionali e regionali, che del bene della Sicilia non hanno alcun interesse, ma che assolvono egregiamente ai propri ruoli di sudditi fedeli dello Stato colonizzatore italiano, e di aguzzini nei confronti dei propri fratelli (per chi non lo sapesse, gli “ascari” erano indigeni della Somalia e dell’Eritrea arruolati nell’esercito italiano all’epoca delle campagne d’Africa, per combattere contro la loro stessa patria e per uccidere i loro stessi fratelli).
Oggi quindi la Sicilia, ed in genere il Meridione italiano tutto, vive in una illusoria libertà ed una fasulla democrazia.
Ci dicono che il nostro voto è libero. Si, certo, libero, ma libero solo di scegliere nelle mani di quali “traditori” mettere la nostra Patria ed il nostro miserabile destino. Sto esagerando? Non credo. L’ultimo secolo e mezzo della dolorosa storia della nostra amata Isola è costellata infatti da infami tradimenti. Tradimenti e torti posti in essere ai danni del popolo Siciliano da indegni “uomini di Stato”. Tradimenti e torti che, per quanto riguarda l’epoca monarchica, ormai nessuno, nemmeno i nostri più accaniti detrattori, osa più negare: le depredazioni, le deportazioni, le feroci repressioni, le barbare fucilazioni. Sono tutti eventi nefasti inconfutabilmente documentati.
Ma anche nell’epoca repubblicana, sia in quella più antica che in quella più recente, i tradimenti ed i torti nei confronti della Sicilia sono stati e sono tutt’ora GRAVISSIMI!!!. Ne volete qualche esempio?
1) Già all’indomani della costituzione della repubblica italiana, i nostri rappresentanti politici Siciliani non hanno mai mosso convintamente nemmeno un dito per difendere lo Statuto Speciale Siciliano conquistato col sangue dei nostri compatrioti dell’EVIS (Esercito Volontario Indipendentisti Siciliani) allorché lo Stato Italiano lo ha demolito, devastato e reso sterile ed innocuo, a colpi di sentenze della “Corte Costituzionale”. Ancora oggi i mass media italioti parlano del privilegio dei Siciliani di avere uno Statuto Speciale. Nessuno però dice che gli articoli più preziosi di quello Statuto, quelli cioè che avrebbero potuto conferire alla Sicilia un minimo di dignità di Nazione, di autonomia vera e quindi di emancipazione economica, politica, sociale e culturale, sono stati annullati o gravemente mutilati dalla Corte Costituzionale Italiana e/o dallo stesso parlamento italiano con leggi costituzionali. Ciò che è rimasto di questo nostro povero, martoriato e disprezzato Statuto, non lo rende più per nulla speciale, e lo assimila sostanzialmente (se non peggio) agli Statuti di tutte le altre regioni ordinarie. Anche questo, cari fratelli siciliani, può servire a dimostrare, qualora ce ne fosse bisogno, che lo Stato Italiano ci ha trattato e ci tratta come “gli odiati figliastri”. Ben diverso destino lo Stato ha riservato infatti ad altri Statuti Speciali, come quello dei “figli adorati” valdostani, ai quali viene riconosciuto lo sgravio delle accise sui carburanti (che vengono a costare meno della metà che nel resto d’Italia), una seconda lingua ufficiale (il francese, il cui insegnamento è reso persino obbligatorio nelle scuole), e tanti altri vantaggi autonomistici che i “figliastri siciliani” possono solo sognarsi. Stessa cosa dicasi per gli altri “figli prediletti” delle altre regioni e province autonome settentrionali, che godono di ben altra dignità e ben altri riconoscimenti.

2) I mass media “italioti” continuano a mortificarci ed umiliarci, pubblicizzando strumentalmente, tra l’altro, una falsa informazione, secondo cui la Sicilia, avrebbe un pesantissimo deficit strutturale, che verrebbe sistematicamente colmato con i trasferimenti statali. Quindi, a loro dire, senza lo Stato Italiano la Sicilia non potrebbe sopravvivere. Ebbene cari fratelli Siciliani, non c’è NIENTE DI PIU’ FALSO. Secondo i dati ISTAT i Siciliani verserebbero all’erario pubblico circa 40 miliardi di euro l’anno (accise escluse che ammontano a circa 9 miliardi). Mentre riceverebbero da quest’ultimo circa 53 miliardi di euro all’anno, con un disavanzo quindi di 13 miliardi di euro. Ora, anche ammesso che le vere cifre fossero queste, la situazione indicherebbe semplicemente una certa “sofferenza”, ma di certo non giustificherebbe la descrizione da “morti di fame” che ostinatamente vogliono fare di Noi gli “italioti”. I Siciliani sarebbero infatti già autosufficienti per oltre il 75% del loro fabbisogno. Basterebbe quindi fare una maggiore ottimizzazione delle spese e delle entrate fiscali (cosa che senza l’oppressione italiota risulterebbe peraltro estremamente più semplice), per eliminare completamente il deficit strutturale. Ma il bello, cari fratelli Siciliani, è che le cifre VERE non sono sicuramente queste: nei citati 40 miliardi di versamento all’erario pubblico della Sicilia NON sono compresi infatti tutti i gettiti fiscali relativi alle grandi imprese nazionali e multinazionali che operano in Sicilia ma che hanno sede legale in altre parti del territorio italiano e che, in violazione dell’art. 37 dello Statuto Siciliano (di cui l’Italia si è fatta sempre e sistematicamente beffa), versano i tributi direttamente allo Stato Italiano anche per la quota parte di volume d’affari realizzato in Sicilia (ENI, ERG, Q8, ENEL, TELECOM, FIAT, WIND, VODAFON, ALITALIA, TIRRENIA, FERROVIE DELLO STATO, ecc. ecc. ecc. ecc.). Tributi quindi che, seppure indirettamente, sono versati dai siciliani. Basterebbe quindi fare qualche semplice verifica presso l’Agenzia delle Entrate per constatare che non solo la Sicilia non ha alcun sostanziale deficit finanziario strutturale, ma che addirittura versa allo Stato molto più di quanto riceva da questo in termini di servizi e di trasferimenti. Che dire poi dei circa nove miliardi di euro di accise che i Siciliani versano allo Stato Italiano? Come li vogliamo chiamare quelli, “tassa dei sudditi Siciliani ai loro sovrani”?

3) Ogni giorno assistiamo al continuo “saccheggio” che il ministro Tremonti ed il Sig. Berlusconi, fanno di tutte le risorse destinate al Sud ed alla Sicilia. Badate, non di quelle risorse assegnate in via straordinaria dallo Stato Italiano, di cui, ormai da alcuni decenni non si vede più l’ombra di un centesimo, ma di buona parte di quelle ordinarie e soprattutto di quelle stanziate dalla Comunità Europea per le aree sottosviluppate. Vi siete chiesti che fine hanno fatto i fondi FAS (di cui alla sola Sicilia spetterebbero circa 15 miliardi di euro)?? Ve lo dico io: in parte sono state assegnate all’expo di Milano, in parte all’Alitalia ed in parte destinate a fare risparmiare l’Ici agli italiani più ricchi.

4) E che fine hanno fatto poi i fondi stanziati dall’ANAS per la manutenzione delle nostre dissestatissime e pericolosissime strade regionali?? Ebbene, anche di quelli i Signori Berlusconi e Tremonti hanno avuto bisogno….La Sicilia può aspettare. Prima l’interesse dei “sovrani”, poi quella dei sudditi!!!.

5) E che dire dei tagli che intendono fare le ferrovie dello Stato sui servizi erogati alla Regione Siciliana. Forse perché tali servizi sono realmente quelli meno produttivi? Macché!!! Le ferrovie tagliano in Sicilia semplicemente perché qui pensano di avere vita più facile: con l’appoggio dei nostri politici locali, è più facile infatti fare ingoiare la pillola amara dei tagli ai Siciliani piuttosto che agli abitanti di altre regioni. Perché da noi, sempre con l’aiuto degli ascari politici siciliani, le FS possono permettersi il lusso di ricevere fondi dalla Regione per l’acquisto di locomotori, treni e materiale rotabile, in cambio di “generosi disservizi”. Ricordo che mi colpì la scritta che durante un recente viaggio ho visto su un locomotore: “mezzo acquistato con il contributo della Regione Siciliana”. E bravi i nostri lungimiranti politici ascari Siciliani!!! Diamoli pure i soldi dei Siciliani anche alle Ferrovie dello Stato, così che loro, in cambio, ci possano eliminare quel tran tran di treni merci che tanto fastidio danno alla nostra “tranquillita”!! E non facciamo sempre i “soliti terrun” lamentandoci e polemizzando su tutto!!! E che diamine!

6) E della “geniale” legge proposta dalla Lega sulle quote latte cosa ne pensate? Cosa ne pensate di quella “evolutissima” legge che, a titolo di “premio” attribuisce ulteriori quote di produzione ottenute dalla Comunità Europea ai propri amici disonesti allevatori settentrionali che si sono resi responsabili delle sanzioni applicate all’Italia per gli eccessi di produzione lattiera?. E’ proprio il caso di premiarli, non siete d’accordo? Cosa centra questo con la Sicilia? Centra, centra: perché infatti non sono state attribuite queste quote latte aggiuntive alle onestissime e pregiatissime aziende lattiere siciliane (Zappalà o Sole per fare un esempio), dal momento che la Sicilia, paradossalmente, ha un pesantissimo deficit di produzione lattiera e casearia ed è costretta ad importare dalla cosiddetta “padania” circa il 50 % del proprio consumo interno???

7) Un altro regalo che lo Stato ci ha generosamente riservato è il costo dell’energia. Nonostante infatti in Sicilia venga estratto, “a sbafo”, circa il 10 % del petrolio consumato in Italia, nonostante in Sicilia venga raffinato circa il 60% della quantità di petrolio corrispondente al fabbisogno italiano, nonostante le centrali elettriche siciliane producano circa il 100% di energia elettrica in più rispetto ai propri fabbisogni interni, i Siciliani devono pagare l’energia elettrica circa il 20 % in più di quanto la pagano il resto degli italiani.

8) Cosa ne pensate ancora del provvedimento del Ministro dell’agricoltura Zaia, che, per aiutare le aziende del consorzio Grana Padano (o Parmigiano Reggiano, non ricordo bene, ma la sostanza non cambia), ha impegnato una importante somma per l’acquisto di una forte quantità di prodotto da destinare alle opere di beneficienza. No, no, per carità, non contesto certo lo spirito di solidarietà dell’iniziativa nei confronti dei destinatari dei prodotti acquistati, ma non posso fare a meno di chiedermi: perché il ministro, se davvero fosse stato un ministro imparziale che non odiasse profondamente i meridionali, non ha optato per acquistare prodotti di aziende meridionali o siciliane, magari…che so…le provole ragusane? Forse perché le nostre aziende godono di maggiore salute dei suoi prediletti “consorzi” settentrionali?

E questi sono solo alcuni degli esempi, benché piuttosto emblematici, di come si concretizza l’odio e la strafottenza italiana nei confronti della Sicilia. Tutto questo non deve quindi sorprendervi cari fratelli e sorelle siciliane. Tutto questo non è l’eccezione, ma la regola. Tutto questo è, ed è sempre stato così. Se volete avere contezza di quanto lo Stato Italiano ci odi profondamente e quanto ci consideri “pezzenti”, basta ascoltare i lavori del parlamento nazionale, da cui trasuda, quotidianamente, un pesantissimo clima di antimeridionalità, e dove è facile convincersi che tutte le politiche italiane sono totalmente votate al benessere del Nord ed all’assoluto disinteresse e menefreghismo per il Sud. Tutto questo deve farci quindi prendere atto che l’appartenenza all’Italia, per noi Siciliani rappresenta una vera sciagura, altro che ancora di salvezza. La Sicilia, libera dalla gravissima oppressione italoide, ritroverebbe ben presto il proprio vigore, e ritornerebbe ad essere una Nazione ricca e rispettata in tutto il mondo, come lo fu nella sua gloriosa storia.
Chiedo quindi a voi tutti fratelli e sorelle siciliane, di unire le nostre forze e di organizzarci per indire un referendum con il quale chiedere alla nostra gente di dichiarare formalmente la propria volontà di vivere in una terra indipendente e libera.
di ANTONINO MACULA

venerdì 24 luglio 2009

15 Maggio: finalmente è festa per i Siciliani


Ricevo e pubblico dal sito ufficiale del M.I.S. su facebook

Il Governo Lombardo, dopo sessantatre anni di oblio storico, istituisce la “festa dei siciliani” nella ricorrenza della promulgazione dello Statuto Speciale
Dal 2010 il 15 maggio sarà segnato in rosso sul calendario siciliano grazie alla sensibilità del presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo, che raccogliendo l’input lanciatogli alcuni mesi fa dai rappresentanti del Mis, Salvatore Musumeci e Nello Rapisarda (presidente e segretario nazionali del Movimento Storico Indipendentista), ha istituito la Festa dell’Autonomia Siciliana, con tanto di vacanza, per evidenziare una pagina gloriosa della storia dell’Isola.
Su questa novità lasciamo la parola al presidente nazionale del Mis, fautore dell’idea.
- Professor Musumeci, come e quando ha proposto al presidente Lombardo di istituire la Festa dell’Autonomia?
«E’ stato durante un incontro molto informale con Raffaele Lombardo, al quale era presente anche il nostro segretario Nello Rapisarda, svoltosi nel mese di maggio scorso. Si era parlato di storia dell’Indipendentismo, di Andrea Finocchiaro Aprile, di Canepa, dei combattenti e dei caduti dell’Evis, dello Statuto tradito conquistato con il sangue dei martiri siciliani… Quando stavamo per salutarci, ci invitò a partecipare ad una celebrazione sull’Autonomia che si sarebbe svolta il 15 maggio 2009 ad Adrano. Al che gli dissi che sarebbe stata opportuna l’istituzione della Festa dell’Autonomia, con un giorno di vacanza ed uffici chiusi, come festa dell’orgoglio siciliano, in attesa di poter festeggiare l’indipendenza della Sicilia».
- Come accolse il presidente Lombardo il suo suggerimento?
«Le dico subito che un collaboratore del Presidente intervenne sostenendo che gli italiani avrebbero accusato i siciliani di cercare il pretesto per sopprimere un giorno di lavoro e chiedendomi come si sarebbe dovuto fare. Facilissimo, risposi. Basta un semplice decreto del Governo regionale, motivato storicamente. Tutto ciò rientra nelle prerogative dello Statuto Speciale. Lombardo, che aveva seguito con molta attenzione, puntualizzò: “Ha ragione il presidente del Mis, Musumeci, istituiremo una festa con la vacanza perché senza di essa non ha senso. La festività in rosso sarà l’occasione per spiegare ai nostri giovani studenti l’importanza dello Statuto e per raccontare la storia contemporanea della Sicilia non trattata nei libri ufficiali”. Quindi ci congedammo. Uscendo dissi a Nello che Lombardo si era mostrato molto convinto sull’argomento e che sicuramente non se ne sarebbe dimenticato».
- In effetti non l’ha dimenticato…
«È proprio vero. Infatti, leggendo il decreto dell’assessore regionale alla Pubblica Istruzione, Lino Leanza, riguardante il calendario del prossimo anno scolastico, ho subito notato con grandissimo piacere che il 15 maggio 2010 è segnato in rosso con la dizione “Festa dell’Autonomia Siciliana”. Non possiamo non esprimere il nostro apprezzamento al Presidente della Regione, all’Assessore ed a tutta la Giunta per quest’atto coraggioso rivolto a dare dignità storica ed identità al meraviglioso popolo siciliano».
- Professor Musumeci, sappiamo che lei non è nuovo a questo tipo di iniziative: ci risulta che sul finire degli Anni Novanta sollecitò l’allora presidente dell’Ars, Nicola Cristaldi, ad istituire la bandiera della Regione Siciliana…
«È vero anche questo. Nel 1999, da consigliere del Comune di Santa Venerina, interpretando la Legge Bassanini sul riordino degli enti locali che dava facoltà ai Comuni di esporre la propria bandiera o quella regionale assieme a quelle italiana ed europea, proposi di far garrire davanti agli edifici pubblici anche la bandiera siciliana. Ma, ahimè, con grande meraviglia mi accorsi che la Sicilia non aveva mai adottato una bandiera. Decisi, insieme all’allora vicesindaco Pinuccio Spina, di sollecitare il Consiglio Comunale a delberare di “Esporre il simbolo (giallo-rosso con la Triskeles, ndr) della Regione Siciliana sotto forma di bandiera, in tutte le circostanze nelle quali è previsto di esporre la bandiera della Repubblica Italiana e dell’Unione Europea”. La delibera consiliare n. 25 del 30 marzo 1999, approvata all’unanimità, per fortunosa coincidenza nella ricorrenza del 717° anniversario del Vespro, inviata al presidente dell’Ars, divenne l’input principale che portò alla legge regionale n.1 del 4 gennaio 2000 con la quale veniva finalmente adottata la bandiera siciliana. Per quell’atto deliberativo ebbi il plauso dell’allora presidente Nicola Cristaldi e fui personalmente invitato alla cerimonia di consegna della bandiera ai sindaci dell’Isola, che si svolse il 15 maggio 2000 a Palazzo d’Orleans, e ricevetti anch’io il gradito omaggio».
Checchè se ne dica, i colori giallo-rossi con la Triskeles, come pure lo Statuto Speciale, sono il risultato della storia millenaria di un popolo che ha sempre aspirato alla sua indipendenza e sovranità.

Rodolfo Amodeo

giovedì 23 luglio 2009

Risvegliamo l'orgoglio


Un altro contributo gentilmente offerto da Neva Allegra del M.I.S. , Movimento per l'Indipendenza della Sicilia
ANTUDO!

Siciliani o Italiani?
RISVEGLIAMO L’ORGOGLIO
L’antisemita “Manifesto della Razza” paradossalmente equiparò i siciliani agli italiani

Nel settembre 1938, dalla residenza estiva di San Rossore, Vittorio Emanuele III promulgò le leggi razziali a seguito della pubblicazione del vergognoso Manifesto della Razza, apparso sul Giornale d’Italia il 15 luglio e su La difesa della Razza del 5 agosto dello stesso anno.
Il “Manifesto”, sottoscritto da un gruppo di sedicenti intellettuali, ebbe successivamente l’adesione di 392 autorevoli personaggi, tra cui Giorgio Almirante, Pietro Badoglio, Piero Bargellini, Renato Biasutti, Giorgio Bocca, Giuseppe Bottai, mons. Giovanni Cazzani, vescovo di Cremona, Luigi Chiarini, Galeazzo Ciano, Giuseppe Cocchiara, Gabriele De Rosa, Julius Evola, Amintore Fanfani, Roberto Farinacci, dott. Cesare Frugoni, Luigi Gedda, padre Agostino Gemelli, Giovanni Gentile, Rodolfo Graziani, Giovannino Guareschi, Mario Missiroli, Benito Mussolini, Romolo Murri, Paolo Orano, prof. Antonio Pagliaro, Giovanni Papini, Alessandro Pavolini, Camillo Pellizzi, mons. Giuseppe Maria Petazzi, Giovanni Preziosi, Enzo Santarelli, Ardengo Soffici, prof. Sergio Sergi, padre Pietro Tacchi Venturi (della Compagnia di Gesù e di Civiltà Cattolica), Achille Starace.
Paradossalmente, il punto 9 (di tale dissertazione scientifica): “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani”, equiparava – almeno sulla carta – i siciliani agli italiani; fermo restando, comunque, le diversità evidenziate al precedente punto 2: “Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni…”.
Era implicita, quindi, l’idea e il pregiudizio, che i siciliani fossero in qualche modo diversi dagli “italiani”, una popolazione a sé stante. Tanto che il generale Roatta, al quale il Duce aveva conferito pieni poteri militari, il 9 maggio 1943 emanò un proclama che concludeva in questo modo: «Strettamente fiduciosi e fraternamente uniti, voi fieri siciliani e noi militari italiani e germanici delle FF. AA. Sicilia, dimostreremo al nemico che qui non si passa».
Tale pensiero di antica matrice positivista (ben coerente con la nota “dottrina’’ di Cesare Lombroso) induceva a considerare diverse e quindi inferiori le popolazioni di un certo Sud “selvaggio”. Idee di tale natura erano presenti nella cultura del nazionalismo italiano assorbita dal fascismo. A dispetto del mito dell’italiano sempre buono e tollerante, non erano rare le inclinazioni razziste e una certa predisposizione all’intolleranza nei confronti della popolazione isolana.
Non ne erano stati immuni neppure i prodi garibaldini che nel 1860 avevano liberato la Sicilia dal Borbone. Giuseppe Cesare Abba, ligure della provincia di Savona, cronista delle gesta garibaldine, aveva descritto a tinte fosche i siciliani, per i quali, evidentemente, non provava molta simpatia: «montanari armati fino ai denti con certe facce sgherro, e certi occhi che paiono bocche di pistola», barbari e criminali, insomma.
Alla vigilia del primo Parlamento italiano, Cavour in una lettera a William De La Rive affermava che «armonizzare il Mezzogiorno con il Settentrione d’Italia era impresa più difficili che avere da fare con l’Austria e con la Chiesa»; mentre il ministro Luigi Carlo Farini scriveva al Cavour: «Altro che Italia, questa (la Sicilia) è Affrica: i beduini a riscontro di questi cafoni, sono fior di virtù civile».
Nel 1876, la Giunta parlamentare d’inchiesta sulla Sicilia aveva così concluso le sue indagini sulla realtà siciliana: «La Sicilia s’avvicina forse più che qualunque altra parte d’Europa alle infuocate arene della Nubia; in Sicilia v’è sangue caldo, volontà imperiosa, commozione d’animo rapida e violenta».
Questa visione mistificatoria, che attribuiva gli eccessi delinquenziali al «retaggio delle razze meridionali», era in quel periodo (e lo è tutt’oggi) sicuramente funzionale all’obiettivo di distogliere l’attenzione di Roma dal fenomeno della mafia.
Meglio addebitare alle forze ineffabili della bestialità isolana la serie di reati che venivano commessi, piuttosto che dare al fenomeno mafioso la valenza politica che in realtà aveva.
Al fondo di un siffatto orientamento, c’era (e c’è) però anche un approccio culturale che vedeva la Sicilia come un luogo misterioso, abitato da gente dagli istinti animaleschi e dalle abitudini incomprensibili. Si insisteva nell’evidenziare gli aspetti esotici e barbarici dell’isola che i secoli - secondo quanto si riteneva - non sarebbero riusciti a modificare. Tutto questo, insieme, affascinava e incuteva timore.
La Sicilia era, dunque, la terra del brigantaggio, della prepotenza e del disordine, una realtà che non riusciva bene ad integrarsi col nuovo sistema statale di cui era entrata a far parte. Per i ceti dominanti del Nord, come del resto del Sud, anche i Fasci dei Lavoratori che si erano diffusi a fine 1800, erano apparsi soprattutto come intollerabili disordini provocati dalla più feroce plebaglia, da delinquenti camuffatisi da dirigenti politici, il cui intento sovversivo doveva essere punito con la repressione, voluta dal ministro Crispi (siciliano, sic!), manu militari.
È vero che poi il fascismo avrebbe, nel 1938, col “Manifesto della Razza”, incluso ufficialmente anche i siciliani nella razza ariana, equiparando, per legge, i meridionali ai settentrionali. Ma tale operazione, alla fin fine, non avrebbe fatto altro che legittimare le tesi circa le diversità biologiche tra i popoli, e quindi circa la pretesa superiorità di alcuni rispetto agli altri. C’era voluta una legge (seppure infame) per fare pienamente dei siciliani dei veri e propri italiani.
Ma la questione era (ed è) ancora aperta, come ben si ricava dal citato proclama del generale Roatta.
Oltre tutto, quando si pose la questione delle forze militari da destinare alla difesa della Sicilia, la decisione di utilizzare truppe siciliane fu considerata azzardata. Gli ufficiali reagivano sdegnati alle defezioni dei soldati che, chiamati a combattere una guerra che non capivano e non condividevano, preferivano aggrapparsi all’ideale del “tengo famiglia”, piuttosto che a quello della Patria.
Rilevanti, ad esempio, erano state le defezioni tra i fanti delle Divisioni “Assietta” e “Aosta” e i motivi della sconfitta, dal punto di vista di alcuni gerarchi fascisti, non potevano che dipendere dalla slealtà e dalla vigliaccheria peculiari dell’indole siciliana.
Oggi come ieri, nulla è cambiato. Quando nella nostra società civile si presenta qualche difficoltà economico-politico-amminis
trativa, scatta un meccanismo perverso: si scaricano i problemi su qualcuno, ci si inventa il nemico, che è il diverso, il più debole e subito i siciliani e la loro terra tornano ad essere il male dell’Italia.
E noi, che abbiamo civilizzato l’Europa, di contro, piangiamo e urliamo perché vogliamo a tutti i costi il “Ponte”… Ma quando la finiremo di fare i minchioni?

Salvatore Musumeci
Presidente Nazionale del Movimento per l' Indipendenza della Sicilia